Show, don’t tell

Un monito si è diffuso, negli ultimi anni, tra gli aspiranti scrittori: “Show, don’t tell”. Non c’è scuola di scrittura creativa in cui non si oda, ex cathedra, la formula delle formule: “Show, don’t tell”. Editor più o meno carveriani, più o meno liberticidi, più o meno pronti a intervenire sul testo con le cesoie e con il loro celeberrimo “terzo occhio” (il famoso occhio esterno, super partes, e cioè l’occhio che trascende le passioni soggettive dello scrittore), tutti a un certo punto pronunciano con intransigenza e austerità e pedanteria e severità e altri sovrumani sentimenti professorali “La Regola” delle regole del giusto scrivere: “Show, don’t tell”. (altro…)

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Il lettore di Finnegans Wake

Si narra che un tempo, in Italia, un lettore forte ma meno forte di quanto credesse si accinse a leggere la traduzione incompleta di Finnegans Wake di Joyce ignaro che fosse incompleta sicché, giunto alla fine che non era la fine, incapace di comprendere il disordine e l’incompletezza delle cose, abbandonò se stesso al fiume della vita. (altro…)

I puntini di sospensione: una sciagura

Eco Il secondo diario minimoFu Umberto Eco, non troppo tempo fa – era il 1991 –, a definire sciagurati i puntini di sospensione […]. In Come mettere i puntini di sospensione, testo contenuto nella sezione “Istruzioni per l’uso” de Il secondo diario minimo (Bompiani, 1992), Eco calcava la mano su un’impressione che possono dare i famosi tre puntini: esitazione, come se chi li usa volesse smorzare l’impatto della frase: (altro…)

L’uso dei particolari: da Barthes a Joyce

L’idea che ho io della scrittura come mestiere è che ogni parola o frase, ogni elemento della narrazione debba essere, secondo un ordine gerarchico, o necessario o utile o bello. Perché un racconto o un romanzo funzionino, l’insieme delle parti che lo compongono “devono” essere collocate nel posto giusto e nel modo giusto: la narrazione è architettura, costruzione di un edificio, di un parco, di una città, di un mondo. Ogni parte deve avere uno scopo, in linea con il complesso. Sembra di riproporre il funzionalismo in letteratura; in parte è così. Si deve sapere cosa si vuole raccontare, poi come raccontarlo in relazione al cosa: uscire dal legame “cosa-come” è il più delle volte causa di problemi, il superfluo è materiale pregiato che sanno manipolare in pochi. (altro…)

Come si usa il punto e virgola [grammatica e scrittura creativa]

Il punto e virgola [ ; ] è un segno di interpunzione nato nel 1501: lo usò il tipografo/editore veneziano Aldo Manuzio per una edizione di un’opera di Francesco Petrarca. (altro…)

La vertigine della lista. La Bomba Voyeur di Alfredo Zucchi (presentazione)

Zucchi La Bomba VoyeurÈ trascorsa una settimana dalla presentazione de La Bomba Voyeur (Rogas, 2018) di Alfredo Zucchi tenutasi il 7 luglio 2018 presso la libreria Wojtek di Valeria Romano e Ciro Marino che ho tenuto in compagnia dei relatori ufficiali Sylvie Contoz e Luca Mignola – fui relatore “imbucato”, lo ammetto.

Più che indugiare sulle umane impressioni rispetto a un contesto oltremodo caloroso nel fuoco estivo di Pomigliano (NA) che si leva a pochi stadi – misura ellenica; uno stadio, è noto, equivale a 6 pletri – dal pacato vulcano Vesuvio, mi preme esperire la vertigine della lista (Umberto Eco): di seguito, donc, l’elenco di certo incompleto degli autori – scrittori, poeti, filosofi, scienziati – che l’opera di Zucchi ci ha permesso di nominare durante l’evento – e ci si chieda, scorrendoli, quanti romanzi contemporanei italiani permettono altrettanto. (altro…)

Protagonista: correttore di bozze. Gli Ammonitori, Cena

A breve dalla lettura di Variazioni in rosso di Rodolfo Walsh, mi imbatto ancora in un correttore di bozze – un caso raro: quanti correttori di bozze sono protagonisti e eroi di storie? nessuno, pensavo.
Il libro è Gli Ammonitori (1904; a cura di Folco Porinari, Einaudi, 1976), autore fu Giovanni Cena (1870-1917), poeta; è il suo unico romanzo, recuperato da Italo Calvino nella collana einaudiana Centopagine e così proposto dallo stesso in quarta di copertina: «non è certo come esempio di bella letteratura che lo presentiamo, ma come un calderone di fermenti umanitari, miserabilisti, scientisti, nietzschiani e bohémiens da cui comincia a prendere forma una coscienza socialista in Italia alla fine dell’Ottocento». Calvino premia, dunque, non la qualità della narrazione, ma l’importanza del documento. Eppure in corso di lettura Gli Ammonitori si fa piacere, vicino al tono pessimistico e fatalista de I miserabili (1862) di Victor Hugo, mi ricorda un breve cupo romanzo posteriore, Scala a San Potito (1950) di Luigi Incoronato: in entrambi c’è un intellettuale vicino alle idee di sinistra che, troppo sensibile al contatto quotidiano con povertà, malattia e morte – si tratti di Torino di fine Ottocento (Gli Ammonitori) o di Napoli del secondo dopoguerra (Scala a San Potito), la miseria è la medesima –, sente la necessità di agire, di risollevare i poveri da un destino che pare ineluttabile. (altro…)