Parise e il segreto esercizio dell’autoanalisi

L’odore del sangue è uscito postumo nel 1997, a undici anni dalla morte di Goffredo Parise. Scritto presumibilmente tra gli anni Settanta e Ottanta (lo stesso periodo in cui l’autore pubblicava la sua opera perfetta: I sillabari, 1972, 1982), questo romanzo, terminato ma stilisticamente e strutturalmente incompiuto, è la narrazione in prima persona di uno psicanalista di mezza età che, mentre vive una relazione con la giovane Paloma, si ritrova d’un tratto a dover analizzare dall’esterno il rapporto morboso tra la moglie Silvia e un giovane fascista, Ugo. Si tratta di un romanzo torbido e personale sulla gelosia, come ha fatto notare a pochi giorni dalla pubblicazione Raffaele La Capria: «un libro che Parise deve aver buttato giù di getto per liberarsi dall’incubo che lo ossessionava e che lo ha sempre ossessionato, e pensando, mentre lo scriveva, che comunque questo libro non avrebbe visto mai la luce perché non lo avrebbe mai pubblicato» («Corriere della sera», 15 giugno 1997).

A prescindere da quanto ci sia di autobiografico nella storia narrata (la compagna Giosetta Fioroni, a domanda precisa, così risponde: «come in altre opere di Parise ci può essere, anche in questo caso, uno spunto legato alla realtà, a una crisi del nostro rapporto con tutte le angosce di gelosia e di perdita che questo tipo di crisi sempre comporta. Niente, però, di quello che accade nel libro è realmente accaduto: la vena ossessiva, visionaria, estremistica di Goffredo lo portava sempre a mettere in scena un suo teatro interiore, slegato dai fatti e impregnato dei suoi fantasmi», intervista di Elisabetta Rasy su «Panorama», 12 giugno 1997), il romanzo è interpretabile come un esercizio di autoanalisi.

Filippo chiede ossessivamente a Silvia informazioni su Ugo. Questi è descritto come un figlio della borghesia arricchita, uno di quegli omologati postmoderni tanto noti tramite Pasolini. Ugo, seguendo i parametri critici di René Girard (Menzogna romantica e verità romanzesca, 1961), rappresenta il “rivale”, ossia un punto, all’interno del desiderio triangolare, scatenante nel soggetto desiderante sentimenti contrastanti: il desiderio di Filippo verso la moglie passa attraverso di lui. Ma c’è di più. Filippo nutre per il rivale un odio che cela un’attrazione (che la psicanalisi definirebbe omosessuale), addirittura una venerazione. Egli è interessato soprattutto a conoscere la vita sessuale di Silvia e Ugo, e il fallo del giovane assurge immediatamente ad oggetto sacro.

Parise chiarisce come il fascinum, il membro maschile, rappresenti l’energia, la forza vitale, ciò verso cui Filippo, e Parise stesso, sono spinti l’uno dalla coscienza della propria senilità, l’altro dalla coscienza della propria malattia (lo scrittore, all’epoca della stesura, era già gravemente malato), entrambi dall’ossessione morbosa della morte, della quale il membro maschile costituisce l’antitesi.

Alla venerazione per il rivale si oppone l’odio verso la moglie della quale è geloso. Dietro quest’odio c’è il classico conflitto maschio-femmina (che Parise ha già trattato analogamente nel dramma L’assoluto naturale, 1967) con relativo complesso di castrazione (Roger Caillois, ne Il mito e l’uomo, 1938, parla del timore antropologico per la vagina dentata chiarendo poi che il maschio ha timore di essere divorato durante e dopo l’accoppiamento). Per esorcizzare la paura maschile è necessario uccidere la donna castrante, ed è qui che si innesta il rituale sacrificale.

Il rituale è complesso. In una nota a La violenza e il sacro (1972), Girard afferma che Edipo è esposto da Laio come capro espiatorio (l’esposizione dei bambini deboli o malformati era il fondamento unanime di tutti i sacrifici). Filippo/Parise è vicinissimo a questo Edipo. Parise quando scrive è malato, e da piccolo, come Edipo, è stato abbandonato dal padre, e per tutta la vita ha paventato di avere una fibra ereditaria debole ed ha sentito l’incombenza di una morte precoce. In una società sacralizzata sarebbe quindi una vittima espiatoria ideale. Ma egli vive in una società, quella postmoderna, desacralizzata. La finzione romanzesca gli permette di affrontare il problema elevandosi da oggetto di sacrificio a soggetto sacrificante, e tuttavia egli, anche nella finzione, è incapace di compiere il sacrificio direttamente. Il fallo di Ugo costituisce l’oggetto sacro che permette di compiere il sacrifico, e questo infatti si compie quando Silvia viene assassinata dall’amante e dal suo branco.

Filippo non si è mai veramente preoccupato, nonostante i ripetuti presagi di morte che percepiva, di salvare la moglie da una morte annunciata e voluta. Questa morte è necessaria a risolvere la crisi sacrificale, la crisi che è il disordine scatenato dalla presenza del giovane rivale amato/odiato da Filippo in quanto ne ha palesato l’impotenza e la sterilità, ma anche la crisi di una società, quella degli anni Settanta, pregna di violenza e di sangue e in piena mutazione antropologica.

Morta Silvia, Filippo può sposare Paloma ed avere dei figli. Risolta la crisi sacrificale, Filippo non è più impotente e sterile, ma attinge alla vita con nuova linfa e rinnovato vigore. L’autoanalisi è così compiuta, e chissà che la raccolta di racconti I sillabari, il grande classico della bibliografia di Parise, non si sia giovata della scrittura contemporanea di questo romanzo segreto. Alberto Arbarsino, fra i pochi a biasimare a suo tempo questa pubblicazione, lo lascia intendere: «Ma allora, adesso, come nel caso del Pascoli che faceva i versi latini su un tavolo e gli italiani su un altro, Goffredo aveva diviso non solo i tavoli ma lo stile e l’anima? Su una scrivania il distacco, e contemporaneamente su un’altra il rovello drammatico?» («La Repubblica», 27 giugno 1997).

Articolo di Antonio Russo De Vivo pubblicato sulla rivista web «Il Pickwick» il 26 novembre 2012:

http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/27-parise-ed-il-segreto-esercizio-dellautoanalisi

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