Malacqua di Nicola Pugliese: di eros, pioggia e morte

Il critico Silvio Perrella, nell’introduzione a Mistero napoletano di Ermanno Rea (Einaudi, 2002), al cospetto dell’ennesima pioggia narrata, ci pone dinanzi a un’evidenza che non possiamo più ignorare: «Dicono che a Napoli, a dispetto dei luoghi comuni, piova più che altrove. La letteratura ne è testimone. Quanto piove dentro i libri dei napoletani! Da i Tre operai di Carlo Bernari a L’amore molesto di Elena Ferrante, passando per Malacqua di Nicola Pugliese, è un diluvio». Eppure Pugliese, in Malacqua (Einaudi, 1977), dove la pioggia è protagonista assoluta e tiene la scena dalla prima all’ultima pagina, non lo smentisce quel luogo comune:

«La conoscevano bene, loro, la pioggia di Napoli, che non cade mai e quasi mai, ma che quando cade poi non la smette più.» (pp. 97-8)

Il sottotitolo del libro ne riassume bene la trama: Quattro giorni di Pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un Accadimento straordinario. Malacqua è la cronaca di questi quattro giorni, dal 23 al 26 ottobre di un anno imprecisato, in cui si verificano avvenimenti strani, in un’atmosfera di attesa che non è solo attesa della fine della Pioggia secondo un’accezione biblica («cedeva la struttura portante, cedeva questa volontà di vita: cosa sarebbe venuto?, cosa?, diluvio universale a cancellare e scrivere daccapo?, arcobaleno sconosciuto irregolare nel tratto e nel disegno?» p. 30), ma è soprattutto attesa di un evento straordinario, come esemplifica Giuseppe Pesce nel suo saggio sullo scrittore:

«L’“Accadimento straordinario” atteso in Malacqua, però, prende lo spunto fondamentale da un sentimento antico dei Napoletani: l’ambigua attesa che un ‘miracolo’ possa intervenire improvvisamente a migliorare le loro precarie condizioni di vita. “Il napoletano che vive nella psicologia del miracolo, sempre nell’attesa di un fatto straordinario tale da mutare di punto in bianco la sua situazione”: così scriveva Raffaele La Capria in Ferito a morte, unanimemente considerato il grande capolavoro del dopoguerra napoletano, che lo stesso Pugliese ammette essere stato un suo “amore giovanile”.» (Giuseppe Pesce, Napoli, il Dolore e la Non storia, Edizioni Oxiana, 2010, p. 20).

L’attesa, a tratti angosciosa, dell’evento, quest’attesa scandita dal ritmo di una pioggia devastatrice, ci riconduce all’erotismo nel senso batailliano, ossia vissuto come dissoluzione individuale, disordine, sfida al limite estremo, la morte («ciò che nell’erotismo è in gioco è sempre lo sconvolgimento dell’ordine, della disciplina, dell’organizzazione individuale, di quelle forme sociali, regolari, sulle quali si basano i rapporti da persona a persona […]. Si tende a uno stato di fusione, ma solo a patto che questa, che significherebbe la morte degli esseri individuali, non possa riuscire ad avere partita vinta», Georges Bataille, L’erotismo, Arnoldo Mondadori, 1969, p. 26). L’umido della pioggia, del mare di Napoli, l’umido che minaccia di distruggere («l’umidità saliva di dentro e raggiungeva le ossa, e disgregava piano, e questi dolori, allora, come di struttura scricchiolante, ed ecco restava da chiedersi: sarebbe tutto crollato da un momento all’altro?», Malacqua, p. 98), è inevitabilmente collegato all’atto sessuale, tanto che Pugliese, a un certo punto del libro, fonde tutto, eros, liquido, attesa:

«Quando lui si avvicina e si strofina sulla coscia, Giovannella si stira nelle reni e stringe stringe con le gambe ad arco a trattenere, e questo fiume che arriva oh questo fiume ed il mondo si apre e la terra si apre, adesso, e accoglie, sì, accoglie tutto, il solco scende, scende nella profondità, oh sì, e questo fiume ch’è tutto un mare, adesso, un largo immane sconfinato mare, e c’è quest’aria aperta, e questo spazio, e il cuore si dilata, e queste braccia che se ne vanno da me, e queste gambe che se ne vanno da me e queste mani mi hanno abbandonato oh sì abbandonato oh sì abbandonato. Poi lentamente torna pensiero di consapevolezza, lei dice mannaggia! Lo stringe, gli schiocca un bacio, e poi adesso guarda l’orologio.» (p. 68)

C’è, in questa scena, l’impossibilità, insita nell’esperienza erotica in sé e strettamente legata ai destini di Napoli in questi apocalittici quattro giorni di pioggia, di portare a compimento quanto a un certo punto, quasi en passant, Pugliese scrive:

«occorre scendere fin dentro e sprofondare se davvero si vuole risalire» (p. 53)

Come nell’erotismo batailliano vi è una continua sfida al limite che esige di non essere portata fino alle estreme conseguenze, così la pioggia devastatrice, biblica, scandita da presagi oscuri, non assolve alla sua funzione fino in fondo, non inghiotte nel diluvio la città per una tanto agognata rinascita, quasi temesse anch’essa la fine, la morte. Il perturbamento erotico della Napoli meretrice descritta da Pugliese (impossibile a questo punto non rammentare la fine di Sodoma, distrutta da Dio attraverso una pioggia di fuoco e zolfo, che viene ripresa anche da Curzio Malaparte in La pelle), si ferma al limite, presso il tanto atteso “Accadimento straordinario”, la morte probabilmente, e questa, seppur immaginata da Andreoli Carlo in procinto di sollevare il rasoio, guardarlo e infine farsi la barba («spargerò interiora di maiale nei negozi e nelle botteghe ed in tutti gli uffici di tutta la città, e questo diventerai, città mia dolentissima, nient’altro che un ammasso di frattaglie maleodoranti marce, ed il tuo fetore si mischierà al fetore di nafta che verserò sul mare a ricoprire, questo sarai e non altro, una chiazza giallastra puzzolente fetida, con i miasmi della decomposizione ormai vicina, il tuo gran corpo abbandonato di puttana sarà putrefatto, squallida vergognosa morte inarrestabile», p. 145), non si verifica, Napoli non muore, e dunque non può rinascere, essa deve rimanere, per un crudele destino che la accompagna da sempre, una città malata:

«La malattia aveva cancellato gli orpelli e le rutilanti decorazioni, ed aveva spento le grida nella strada, ed i gerani ai balconi s’erano fatti giallastri, e la finzione allegra del fatto collettivo si era trasformata adesso in dura constatazione di solitudine. E questo restava, della città impagabile, questo soltanto, e l’ombra d’un passato scolorito e la retorica che pretendeva di essere poesia, e nulla, e nulla, e quale città diversa avrebbe vissuto un giorno?, quale città?» (p. 144)

 

Articolo di Antonio Russo De Vivo pubblicato sul sito http://www.ilpickwick.it, sezione LETTERATURA, il 13 dicembre 2012 e il 28 maggio 2013

http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/461-piove-di-nuovo-malacqua

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