«Sé stesso» vs. «se stesso» (e anche «vabbè» vs. «vabbe’»)

C’è lo strano caso di «sé stesso»/«se stesso»; e dico strano.

Il fatto è semplice:

«sé» è un pronome personale riflessivo che esige l’accento per non essere confuso con «se» congiunzione (“se vuoi, lo faremo”) e con «se» pronome atono (“se ne va”).

Poi scrivi «sé stesso» e te lo segnalano come errore.

Tu chiedi: “dov’è l’errore?”

Loro rispondono: “l’accento sul pronome non ci vuole!”

Tu chiedi ancora: “e perché?”

Loro rispondono ancora: “perché con l’aggiunta di «stesso» o «medesimo» non c’è più rischio di fare confusione; l’accento è pleonastico, poco elegante.”

E tu allora chiosi con un: “vabbè, non lo faccio più.” (ma sulla forma «vabbè» si apre un altro contenzioso, perché loro poi te lo segnalano come errore e tu chiedi “ma non si scrive «vabbè»?” e loro ti rispondono “no, si scrive «vabbe’», con l’apostrofo a sottolineare l’apocope sillabica!” e la questione tra un dubbio e l’altro rischia di non finire più: così ti arrendi, e fai male, perché in grammatica c’è sempre da imparare).

Detto il fatto, uno penserebbe “tutto chiaro”, “non fa una grinza”, “accettabile come cosa”, e comincerebbe una nuova vita con «se stesso».

E quindi? Cosa c’è di strano in questo caso?

C’è di strano che pur essendosi di fatto imposta la forma «se stesso», in grammatica non è proprio così.

Serianni diffida dall’introdurre “inutili eccezioni” alla regola (cfr. Luca Serianni, Grammatica Italiana. Italiano comune e lingua letteraria, UTET Università, 2006, I.177b, p. 57). Anche il linguista/glottologo/lessicografo Gabrielli si pronunciava, a suo tempo, in maniera analoga:

“Certe sottigliezze confusionarie, la logica e la pratica le vanno via via seppellendo. Un semplice segnetto d’accento, che distingua una volta per tutte il pronome personale riflessivo dal se congiunzione (come da secoli avviene per il affermazione o avverbio, e il si particella pronominale), e il problema non esiste più.”

(cfr. Aldo Gabrielli, Si dice o non si dice? Guida pratica allo scrivere e al parlare corretto, Mondadori, 1969, p. 14)

Sì, ma che fare allora? Adeguarsi alla tendenza generale («se stesso») oppure far valere le ragioni della Grammatica («sé stesso»)?

Non è facile dare una risposta definitiva.

Direi, per semplificare oltremodo, che la scelta a questo punto è individuale o relativa ai contesti specifici (il campo dell’editoria, ad esempio).

Nel sito web dell’Accademia della Crusca leggiamo, frattanto, che “è preferibile considerare non censurabili entrambe le scelte, mancando in realtà una regola specifica che ne possa stabilire il maggiore o minore grado di correttezza” (http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/accentazione-pronome-stesso).

Ma alla fine, dico la verità, io preferisco «se stesso», perché con l’aggiunta di «stesso» o «medesimo» non c’è più rischio di fare confusione; l’accento è pleonastico, poco elegante.

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