Napoli-Nashville

«Neomelodico» è innanzitutto una parola.

Trovato il lemma sul «Grande Dizionario Italiano» di Aldo Gabrielli, edito dalla Hoepli, ci si imbatte in questa definizione:

 

neo-melodico

[ne-o-me-lò-di-co]

A agg. (pl. m. -ci; f. -ca, pl. -che)

MUS Che si ispira in chiave moderna alla canzone melodica di tradizione italiana, spec. napoletana.

( http://dizionari.hoepli.it/Dizionario_Italiano/parola/neo-melodico.aspx?idD=1&Query=neo-melodico )

 

In Vesuvio Pop. La nuova canzone melodica napoletana (Arcana Edizioni, 2009), autori Tiziano Tarli e Pierpaolo De Iulis, si legge che la parola è stata «coniata» (trattasi dunque di neologismo) nel 1997 da Peppe Aiello nel libro Concerto napoletano. La canzone dagli anni settanta ad oggi (AA. VV., Argo Editore). La parola nasce dopo il fenomeno, il fenomeno si impone tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta. I neomelodici vengono dopo Nino D’Angelo. Nino D’Angelo viene dopo la sceneggiata. La sceneggiata viene dopo la canzone napoletana classica. Messa così sembra un’involuzione: gli intellettuali amano la canzone classica napoletana, gli intellettuali odiano la canzone neomelodica, c’è una Napoli alta e una Napoli bassa, e la Napoli alta dice che la canzone neomelodica è trash. L’Italia dice che la canzone neomelodica è trash. Negli stessi anni Tommaso Labranca, esperto di sottoculture, pubblica un manuale su come individuare ed interpretare il trash: Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash (Castelvecchi, 1994). Labranca scrive una guida per «giovani salmoni del trash», e innanzitutto li mette in guardia dai pregiudizi. Il trash si fonda su cinque pilastri: libertà di espressione; contaminazione; incongruità; massimalismo; emulazione fallita. Soprattutto l’ultimo pilastro è fondamentale. Il trash di Labranca è sintetizzabile in una formula matematica: “Intenzione” – “Risultato Ottenuto” = “Trash”.

Ma la musica neomelodica non è trash. Labranca non ne scrive perché il boom del fenomeno neomelodico non ancora deve avvenire, oppure perché la musica neomelodica non è trash. Soprattutto non c’è emulazione. Piuttosto essa si sarebbe ben prestata agli studi antropologici di Massimo Canevacci. La musica neomelodica ha a che fare col sincretismo: «a process of mixing the compatible and fixing the incompatible» (N.J.C. Vasanktumar, Syncretism and Globalization, Paper for Theory, Culture and Society 10th Conference, 1992). Lo spiega bene Perrine Delangle, su «BabelMed», un sito sulle culture del mediterraneo:

«Avec ce que l’on pourrait appelé «l’ouverture des frontières musicales», on assiste à un syncrétisme grandissant entre tous les styles musicaux, dont profite largement la chanson napolitaine moderne qui n’hésite pas à mélanger des sons inspirés de la musique américaine ou latino-américaine, de la techno, de la dance, du jazz, du rock, du reggae, et même parfois des jingle des spot publicitaires et des jeux télévisés…et cela bien sûr avec des sons inspirés de la chanson traditionnelle napolitaine. Les voix que prennent ces chanteurs sont vibrantes et semblent sortir d’un point situé entre la gorge et le nez, produisant ainsi des modulations nasales qui rappellent les voix des chants ruraux traditionnels et des chants polyphoniques, par exemple andalous, arabes ou bulgares.» (http://www.babelmed.net/index.php?option=com_content&view=article&id=2422)

I neomelodici li riconosciamo subito: dialetto stretto, tono melodrammatico, abbigliamento e atteggiamento tamarro, hanno invaso televisioni e radio negli anni Novanta, ci sono rimasti per qualche anno, poi poco più. Dal ribollente calderone è venuto fuori Gigi D’Alessio che è riuscito a diventare più famoso di Nino D’Angelo: il casco biondo ha aperto la strada, Gigi l’ha chiusa. Ma oggi, dopo qualche anno di anonimato nei quartieri napoletani, i neomelodici si riaffacciano nei palcoscenici nazionali, eterne icone del trash per la televisione trash adattata a un pubblico che adora il trash. Loro, spesso, stanno al gioco. Un gioco che non rende giustizia. C’è molto altro nella musica neomelodica. C’è anche qualità.

È del 2012 A Neopoli nisciuno è neo (Laterza). Autore Luigi Romolo Carrino, in collaborazione con Ettore Petraroli. Carrino si racconta mentre con l’amico Petraroli va al matrimonio di Ida Rendano, altra icona neomelodica, e raccontandosi racconta lo scenario e l’immaginario neomelodico. Sembra Gomorra, è Neopoli. Un libro molto New Italian Epic se questa curiosa categoria letteraria dei Wu Ming non fosse scoppiata subito come un’enorme bolla di sapone. Epica neomelodica, epica napoletana. Scrittura ibrida, tra reportage, fiction e intermezzi lirici. Carrino non è un infiltrato: ascolta musica neomelodica e scrive testi neomelodici. Ida Rendano è un’amica. Neopoli, ci insegna Marcello Ravveduto, è come Nashville:

«Napoli per i cantanti neomelodici è come Nashville per i cantanti di musica country. La lingua napoletana, dunque, dopo D’Angelo, è lo standard di riferimento: se si deve proporre una canzone che raggiunge le fasce marginali giovanili e ambienti facilmente suggestionabili dalle tematiche dell’amore, dell’onore, del tradimento, della vendetta, della malavita, la lingua convenzionale da usare è il napoletano, così come l’inglese è la lingua del rock.» (Napoli… serenata calibro 9, Liguori Editore, pp. 59-60).

Neopoli, stando a Carrino, preserva l’identità di Napoli. Molto interessante come tesi, quella che vorrebbe la musica più snobbata e ridicolizzata del panorama nazionale come la musica più viva, e vivificante:

«I neomelodici, con le loro canzoni, cercano di restituire istanze di realtà in un territorio che sta smarrendo la sua identità. Dove il dialetto è in pericolo e l’italiano è precario, i neo nobilitano l’emozione ‘locale’» (p. 51).

Si tratta anche di una questione linguistica, già affrontata da Tiziano Tarli in un’intervista ad Antonio D’Addio, redattore della storica rivista neomelodica «Sciuè». A un certo punto D’Addio dice:

«Io credo che la canzone neomelodica sia oggi la vera espressione del dialetto napoletano. La napoletanità si trova proprio in questi testi. Il napoletano è una lingua viva in continua evoluzione, quindi è poco codificabile. Gli autori neomelodici parlano e scrivono come si parla oggi, quindi le espressioni che ci sono nei testi riproducono fedelmente quella che è oggi la lingua napoletana. Una ragazza che si vuole identificare in un pezzo lo deve sentire suo e quindi trovarci dentro anche le parole e i modi di dire che lei abitualmente usa. Se vogliamo capire bene il dialetto napoletano, dobbiamo analizzare i testi neomelodici» (Vesuvio pop, p. 133).

Questa lingua vivificata esprime un sentimento tutto napoletano che Carrino così descrive:

«La musica neomelodica, tante volte, restituisce un pathos scurnuso (la mia città smargiassa, paradossalmente, spesso si vergogna di mostrare i suoi sentimenti) che abita l’anima di tutti quelli che nel corso dei secoli si sono dovuti difendere, arrangiare, di tutti quelli che spesso si sono lasciati morire per un principio, per un onore, per un fatto giusto o che si credeva giusto. Magari perché nella neomelodia c’è fratellanza campanilistica, da villaggio locale, una cosa che se hai il telefono scarico e la macchina in panne sull’asse mediano (o sulla strada che va da Punta Raisi a Palermo) c’è un’alta probabilità che qualcuno si fermi per darti una mano» (p. 37).

C’è qualcosa di esagerato in questo sentimento, e la musica neomelodica forse è proprio lì, nell’esagerazione, nel pathos esasperato che si fa protesi della voce. A tal proposito si conferma acuta l’analisi di Delangle:

«Tout est fait dans le but d’augmenter la charge émotive, jusqu’à l’exaspération du sentiment. Ces chansons racontent une histoire et la commentent pour faire naître chez l’auditeur les sentiments qui doivent en découler.»

«Neomelodico», dopo Carrino, non è più una parola che etichetta, circoscrive e macchia. È un altro, ennesimo, succulento brandello di Napoli dato in pasto al pubblico. Come esiste Gomorra, a Napoli, così esiste Neopoli. Neopoli è la città del mandolino senza il mandolino. Si canta sempre e così deve essere. Tutti cantano a Neopoli. È a questo punto che Ettore Petraroli, come stretto a un passo dalla verità, dice che «questo popolo, questa gente, ha fame di parole napoletane» (p. 117). Cala il sipario su Neopoli. È come se da sempre Neopoli, cioè Napoli, sopravvivesse traballando sul filo di questo assioma. Un popolo che si canta addosso, eternamente, è un popolo che non sa spirare.


(Articolo di Antonio Russo De Vivo pubblicato sul sito
www.ilpickwick.it, sezione LETTERATURA, il 30 dicembre 2012)

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