Delle Sinapsi di Matteo Galiazzo e dei calamari di Huxley

Volevo iniziare così.
I cefalopodi sono molluschi marini di dimensione assai variabile e di cervello piuttosto grosso. Tra questi il calamaro Loligo pealei si distinse, negli anni quaranta, per essersi immolato agli studi di Alan Hodgkin e Andrew Huxley. Senza il calamaro Loligo pealei, dal sistema nervoso semplice e dai grandi assoni, non si sarebbe ben compresa la struttura delle sinapsi, ossia dei punti di contatto tra due cellule nervose necessarie a propagare gli impulsi come scariche elettriche. Andrew Huxley era il fratellastro di Aldous, quello de Le porte della percezione, per dire.
Poi mi è venuta in mente la storia di quella donna che avrebbe partorito dei calamari dalla bocca (http://www.giornalettismo.com/archives/384233/la-donna-che-partorisce-calamari/). Una storia curiosa, di quelle che girano sul web ad impatto virale, non si sa quanto vere, piuttosto inutili, ma di ottimo intrattenimento.
E allora ho pensato che leggere Matteo Galiazzo è come per la storia della donna che avrebbe partorito dei calamari dalla bocca. Mi riferisco alla raccolta di racconti Sinapsi. Opere postume di autore ancora in vita (Indiana editore, 2012). Insomma tu leggi un titolo di un racconto che è assurdo, ad esempio Nell’attesa che Andrea Pazienza si riprenda dal suo trip ultraterreno e venga a noi restituito carico di informazioni sulla nostra posizione nei confronti della materia e dello spirito (2003), e già ti viene da sorridere e capisci che lo devi leggere per forza, è una specie di attacco di fame compulsivo (facile a verificarsi con certi link del web, più difficile con la letteratura), lo leggi e ti ritrovi in un altro mondo e in un altro tempo e anche al cospetto di un linguaggio che mischia tutto, tra l’armata Brancaleone e il gergo giovanilistico, tipo così (p. 253):
“Comunque, pare che Jacopone si sia commosso un casino a vedere questa cosa del cilicio, di cui lui non sapeva una cippa, e con il suo solito garbo derivante dall’ormai saturità che l’alcol e la mexedrina raggiungevano nel suo sangue, abbia cominciato a girare villaggio per villaggio nudo gridando e facendo scene e figure di merda, picchiandosi, mortificando corpo e dignità in mille maniere, diventando insomma lo Jacopono che tutti conosciamo.
O tu che t’accigni a compiere di Jacopon l’iguale passo, spiegaci la tua peccaminanza, di modo che noi ne impariamo di nuova, nel caso la tua già non fòsseci nota, esplicito io al futuro frate.”
Tutti quelli che hanno parlato di Galiazzo ne hanno parlato come uno bravo che scrive in parecchi modi, è per questo che Tiziano Scarpa, nella prefazione (p. VII), paragona il libro a un edificio: “Matteo Galiazzo ha usato l’arte del racconto per affacciarsi a tutti i punti di vista di tutte le finestre aperte su tutte le strade. […] Questi racconti fanno qualcosa di più. Matteo Galiazzo non si è semplicemente affacciato. Si è identificato con le finestre stesse. E con le strade che guardava. È diventato finestra e strada”. Da tener presente, in tutto questo, quanto sostiene circa la forma racconto Giulio Ferroni in sede critica (Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Laterza, 2010, p. 68): “la relativa brevità dei racconti rispecchia in fondo lo spezzettarsi della realtà che oggi ci è dato, i frammenti in cui ci viene incontro quella «complessità» che tutti evocano ma che nessuno riesce ad afferrare e a definire”. Cioè i racconti fanno tanto “oggi”, anche quelli di Galiazzo.
Matteo Galiazzo, classe 1970, esordisce con un racconto nell’antologia cult anni Novanta Gioventù cannibale (Einaudi, 1996), poi pubblica una raccolta di racconti, Una particolare forma di anestesia chiamata morte (Einaudi, 1997), e due romanzi, Cargo (Einaudi, 1999) e Il mondo è posteggiato in discesa (Einaudi, 2002). Poi, salvo eccezioni, basta. E a dieci anni dall’ultimo libro esce questa raccolta, Sinapsi, che si presenta come prima antologia di un autore postumo vivente, e che mette insieme racconti pubblicati su riviste, antologie e web dal 1992 al 2009. C’è tutto quello che uno vorrebbe capire di Galiazzo, in Sinapsi.
Matteo Galiazzo mentre racconta sembra che già stia pensando a mille altre cose.
La sua scrittura è dirompente, assorbe gli influssi dei mass media, patisce l’onnipresenza e l’ubiquità della società delle merci, filtra a suo modo un universo inafferrabile perché veloce e in continuo mutamento. Non si tratta più di realtà, ma di realtà rappresentata, quella degli schermi molteplici e di ogni misura che stanno circuendo il nostro punto di vista. Lui è il punto di vista molteplice, come fa notare Scarpa, e il ragionare senza freni, tipico di questi tempi mediatici.
Ad esempio nel primo racconto, Il ferro è una cosa viva (2000), in cui un giornalista si mette in contatto, tramite mail, con un amico prete missionario nello Zimbabwe col fine di essere aiutato a capire due termini in somba bantù, la voce di Galiazzo si intromette per parlare, in una pagina e mezzo, di forfora. È proprio lui, Galiazzo, che è uno di quelli curiosi di tante cose, soprattutto di quelle in apparenza banali ma di fatto sorprendenti, a interrompere i dialoganti per interrogarsi su cosa sia e su come vada o non vada trattata la forfora.
A Galiazzo piace tanto raccontare storie, piacciono tanto le storie allucinate/allucinanti, e sarebbe capace di apprezzare come pochi la storia della donna che avrebbe partorito dei calamari dalla bocca. Leggere Sinapsi è come viaggiare allegramente in macchina su una diritta e lunga via americana con accanto un tizio logorroico che racconta fatti assurdi tenendoti sempre sulle spine e concedendoti anche il finale ad effetto. Quanta generosità.
Poi, però, volevo finire così.
Andrew Huxley, colui che torturò i calamari Loligo pealei per rivoluzionare gli studi sulle sinapsi, dicevo che era il fratellastro di Aldous, quello de Le porte della percezione. Sembrava che lo dicessi veramente così per dire. E invece ne Le porte della percezione. Paradiso e inferno (Mondadori, 2004, pp. 18-9) leggiamo una cosa e ci viene in mente Galiazzo:
“La maggior parte della gente, per la maggior parte del tempo, conosce soltanto ciò che passa attraverso la valvola di riduzione e viene consacrato come genuinamente reale dal linguaggio del luogo. Alcune persone, tuttavia, sembrano nate con una specie di scorciatoia che evita la valvola di riduzione. In altri, temporanee scorciatoie possono essere ottenute o spontaneamente o come conseguenza di deliberati “esercizi spirituali”, o per mezzo dell’ipnosi, o per mezzo di droghe. Attraverso queste scorciatoie permanenti o temporanee passa, non la percezione di tutto ciò che avviene dovunque nell’universo […], ma qualcosa di più, e soprattutto di qualcosa di diverso dal materiale utilitario accuratamente scelto che le nostre ristrette menti individuali considerano come il completo o per lo meno sufficiente quadro della realtà”.
Galiazzo dice, nell’intervista a fine libro (p. 291), che ha smesso di scrivere perché non si divertiva più e scrivere gli era “sembrata una cosa inerziale e frivola e fasulla”.
Galiazzo oggi sembra uno che sta proprio bene.

Matteo Galiazzo
Sinapsi. Opere postume di autore ancora in vita
Indiana, Milano, 2012
pp. 304

(Articolo di Antonio Russo De Vivo pubblicato sul sito http://www.ilpickwick.it, sezione LETTERATURA, il 13 febbraio 2013)

http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/195-delle-sinapsi-di-matteo-galiazzo-e-dei-calamari-di-huxley

pubblicato su CrapulaClub il 13 ottobre 2015: http://www.crapula.it/delle-sinapsi-di-matteo-galiazzo-e-dei-calamari-di-huxley/

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