Amianto. Una storia operaia e una storia mostruosa

Amianto (Agenzia X, 2012) di Alberto Prunetti non è solo una storia operaia come reca il sottotitolo, ma è anche e soprattutto la storia di una mostruosità. È la ‘storia di un’ingiustizia’, reale, raccontata da un figlio, il Prunetti medesimo, per ricordare/digerire la parabola discendente del padre operaio, Renato, lentamente ammazzato dall’amianto al quale è stato «esposto» per anni (brutta parola, «esposto», usata dai padroni per deresponsabilizzarsi, dice Prunetti nell’eloquente conversazione con Wu Ming 1 e Girolamo De Michele: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=11255, e ricordiamo, en passant, che nell’antichità ad essere esposti erano i mostri). La mostruosità va sviscerata. Qui si parla di industria, di capitale, di vittime del lavoro. Toni Negri è chiaro:
“Marx dipinge infatti l’intero sviluppo capitalistico nei colori della mostruosità. […] Quanto più l’economia politica e la legislazione si avvicinano al lavoro, al lavoro vivo dell’uomo che opera nella storia, tanto più «razionali» (ma ormai possiamo cominciare a rompere il gioco dell’ironia e a chiamarle col loro vero nome, «mostruose»), dunque, mostruose diventano le tecniche di astrazione logica e di estrazione ontologica del valore; tanto più quindi si affermano leggi dello sfruttamento che ormai propriamente si qualificano come mostruose.” (Toni Negri, Il mostro politico. Nuda vita e potenza, in Desiderio del mostro. Dal circo al laboratorio alla politica, a cura di U. Fadini, A. Negri, C. T. Wolfe, Manifestolibri, 2001, pp. 182-3).
A tale mostruosità l’operaio Renato sceglie di sottoporsi; ebbene sì, «sceglie», una parola forte che rende pienamente l’idea della coscienza di un uomo ligio a una forte etica del lavoro che, da trasfertista come saldatore-tubista, ha girato diverse fabbriche/mostri (Prunetti scrive di “un drago sbuffante di tubi e raccordi, un groviglio di cisterne, ciminiere e torrette, chilometri di tubature che sommergono Busalla e occupano la stretta valle Scrivia”, p. 77), modificando il suo corpo operaio, divenendo-mostro come la fabbrica:
“Saldatore, Renato espone i polmoni a gas devastanti. Carpentiere in ferro, ogni colpo di mazzuolo gli risuona nel timpano. L’udito è rovinato, non ci sente più, dovrà installare un apparecchio acustico. Gli occhi, feriti dalle fiamme dell’elettrodo, chiedono lenti sempre più potenti. E i denti cadono, uno dopo l’altro, provati dai metalli pesanti a cui è costantemente esposto. 1985, Renato ha quarant’anni, quanti ne ho io adesso. È ancora magro e muscoloso, apparentemente in ottima forma. Ma già ha bisogno di una serie di protesi per connettersi al mondo: occhiali, dentiera, apparecchio acustico. Lo chiamo il babbo bionico, con infantile cattiveria. Sono i primi danni imposti da un’attività professionale devastante per i quali si vede riconosciuta una misera rendita dall’Inail, in quanto ‘invalido del lavoro con una parziale riduzione della capacità lavorativa’.” (pp. 45-6).
Renato ha scelto, dicevamo. Poi quando si tratta del figlio appena maggiorenne – che deve lavorare anche lui – il problema si pone in tutta la sua durezza, e si tratta di scegliere, ancora: Renato non lo vuole in fabbrica, il figlio, lo manda a studiare. Perché Renato lo sa che la fabbrica uccide. Ed è proprio a questo punto che si genera il solco, l’abisso tra due generazioni, quella dei padri, qui gli operai che modificandosi/ammalandosi/ammazzandosi hanno un salario regolare, pagano i contributi ed hanno un minimo di garanzie contrattuali, e quella dei figli precari, che stentano ad accedere ad una tale dimensione lavorativa, e anche loro si modificano e si ammalano, così come Alberto Prunetti, precario dell’editoria, sottolinea nella succitata conversazione con Wu Ming 1 e De Michele:
“Quanto a me, anche il nomadismo ormai mi è venuto un po’ a noia, ho quasi quarant’anni e sento il bisogno di provare a mettere qualche radice. Per non parlare degli acciacchi lavorativi (mal di schiena, male alle ginocchia, tendinite cronica da tastiera). Da un punto di vista fisico, alla mia età, Renato cominciò a dare i primi segni di disagio. Anch’io spesso mi ingrippo. Il capitale, nel nome della produttività, della flessibilità, ci sta disumanizzando lentamente e le malattie sono il segno di questa sconfitta del nostro corpo: un’uscita orbitale del nostro organismo verso una degenerazione scheletrica, psicologica e cellulare (come i tumori).”
Nell’arco dei quattro decenni raccontati in Amianto, il capitalismo mostruoso permane come scheggia inestirpabile nella storia dell’uomo. E i corpi si sfaldano. E i draghi hanno mietuto vittime ed altre ne mieteranno. E se non ci sono i draghi c’è sempre qualcos’altro: il capitale, mostro multiforme, è sempre qui, in agguato, e anche il nostro corpo, a pensarci, è sempre qui, «esposto».
Toni Negri, che con questo mostro si confronta di continuo, dice cose che poi è inutile aggiungere altro:
“Mobilitato in massa nelle guerre del XIX e del XX secolo, il mostro diventa il vero soggetto, politico e tecnico, della produzione delle merci e della riproduzione della vita. Il mostro è divenuto biopolitico. Da Bismarck a Rathenau in Germania, durante tutta la III Repubblica, e fino al Fronte Popolare in Francia, fra la Nep sovietica ed il New Deal americano, questo processo si performa, si compie. Dopo la II Guerra mondiale rappresenta stabilmente la figura della produzione capitalista nel mondo industrializzato. E dopo d’allora la qualificazione biopolitica degli ordinamenti non ha fatto che perfezionarsi ed accentuarsi.” (Toni Negri, Il mostro politico. Nuda vita e potenza, cit., p. 191).

(Articolo di Antonio Russo De Vivo pubblicato sul sito http://www.ilpickwick.it, sezione LETTERATURA, il 6 febbraio 2013)

http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/251-amianto-una-storia-operaia-e-una-storia-mostruosa

NB: il libro è stato riedito il 2014 dalla casa editrice Edizioni Alegre.

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