Il potere magico delle parole

Nel cortile della scuola eravamo tutti avvocati. Ci occupavamo di proprietà e di onore, e della corretta applicazione del potere magico delle parole.
Quando raccontavamo o facevamo riassunti di faccende serie, non dicevamo mai che i nostri compagni avevano «detto» delle cose, ma che avevano «fatto» delle cose; era così che noi ragazzini di dieci-dodici anni riconoscevamo che ogni dichiarazione è un’azione. (Lui fa: «Tornatene dalla tua parte della riga, o sei fuori» e io gli faccio: «Io ci sono dalla mia parte della riga, perché va dalla panca alla fontana»).
(Note in margine a una tovaglia, p. 19)

La parola ha un potere magico. David Manet (Chicago, 1947), drammaturgo, sceneggiatore e regista, si serve di un cortile di scuola e di un gruppo di ragazzini per dimostrarlo. I ragazzini parlano dunque fanno, seguono un codice d’onore rigido che contempla «la magia e la potenza delle parole in quanto tali» (p. 20), la scrittura non ancora è giunta a corrompere un universo il cui linguaggio, dice Mamet, «aveva peso e significato nella misura in cui possedeva un ritmo ed era piacevole, e il suo potere derivava dall’accostamento dei suoni in un mondo in cui eravamo dichiaratamente panteisti» (p. 22).
Ma questo potere ha un tempo limitato: a un certo punto si scopre che è possibile giurare il falso, il codice d’onore viene meno, «e in questo modo si diventava adulti, serissimi e monoteisti nello stesso difficile momento» (p. 23).
Le parole sono magiche in un universo in cui tutto è dominato dallo spirito e tutto è possibile, così conclude Mamet.
Bruno Bettelheim (Vienna, 1903 – Silver Spring, Maryland, 1990) scrive dell’importanza, per il bambino, di storie mitiche e religiose e di fiabe, utili a mettere un po’ di ordine alla loro visione parziale e caotica del mondo; «nello stesso tempo queste storie, dato che rispondevano ai più importanti interrogativi del bambino, furono un fattore importantissimo della sua socializzazione» (Il mondo incantato, p. 28).
Sostituiamo a «parola» il termine «scrittura» e incappiamo in William Burroughs (Saint Louis, 1914 – Lawrence, 1997), autore de Il pasto nudo e di altre strane opere letterarie:

Prima di tutto, ho riconosciuto lo scrivere come un’operazione magica, e dal momento che operazioni simili sono intese a produrre risultati specifici, questo ci porta a un’indagine circa gli scopi dello scrivere. Ricordiamoci che la parola scritta è un’immagine; che la prima scrittura fu a immagini, e così dipingere e scrivere furono a un certo momento una singola operazione. Storicamente, esse non si separarono fino a che abbiamo una scrittura a immagini altamente stilizzata, come nell’egizio, che naturalmente si sviluppò molto più tardi. L’invenzione originale da cui la scrittura si sviluppò fu molto semplicemente il creare immagini a scene su una parete di caverna: cacce, e spesso disegni cosiddetti pornografici. Lo scopo era originariamente cerimoniale o magico, e quando il lavoro è separato dalla sua funzione magica, perde la sua vitalità. Cioè, quando una tribù comincia a fare bambole per i turisti, è finita.
(Dieci anni e un miliardo di dollari, in La scrittura creativa, pp. 22-3)

Dall’infanzia dell’uomo a quella della civiltà dunque.
Burroughs ci ricollega ad una visione della parola come magia, come capacità di far succedere qualcosa: «lo scopo di scrivere è di farlo accadere» (L’ultimo potlach, in La scrittura creativa, p. 31).
Lo stesso potere della parola lo ritroviamo in Henri Michaux (Namur, 1899 – Parigi, 1984), che dinanzi al lento decorso della malattia di un amico si dice: «Devo fare qualcosa. Se nelle parole c’è veramente una forza efficace, se alla forza interiore di un sentimento intenso si può imprimere una direzione, è qui, è con lei che devo riuscirci, che la cosa deve ottenere un effetto… la guarigione» (Poteri, 1959, in Passaggi, p. 156). Nello stesso brano, Michaux ci racconta della particolare genesi di due sue poesie, Remo e Per mari e deserto: sono nate come tentativi – falliti – di maledizioni, e sono state covate mentre si trovava «in quello che da millenni è considerato il paese della magia, dove pitture e sculture impartiscono ordini, dove le parole pronunciate o incise nella pietra dettano legge ai vivi, ai morti e agli dèi» (p. 154).

Quanta potenza può avere la parola, e quanta responsabilità grava su chi la usa.
La parola come magia è uno dei modi in cui il potere del linguaggio può essere interpretato.
Prima di scrivere bisognerebbe chiedersi sempre il perché, valutare le conseguenze, essere pronti ad affrontare l’imprevedibile dopo.
Sembra quasi, al limite, che scrivere sia un ferreo esercizio di autocontrollo; non c’è libertà, nella scrittura, che non sia abuso. Chi scrive, in fondo, si prepara ad abbandonare il discreto giaciglio del silenzio, si prepara a sconfinare, ad aggredire il prossimo; la libertà, al contrario, è sola e muta.


Bibliografia:

David Mamet, Note in margine a una tovaglia (1988), a cura di Elisabetta Valdré, introduzione di Rodolfo di Giammarco, Theoria, Roma-Napoli, 1992.

Bruno Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe (1976), trad. it. di Andrea D’Anna, Feltrinelli, Milano, 2000 (prima edizione, 1977).

William Burroughs, La scrittura creativa, trad. it. di Giulio Saponaro, Sugarco, Gallarate (VA), 1994 (prima edizione, 1981).

Henri Michaux, Passaggi 1937-1963 (1950-1963), trad. it. di Bona de Mandiargues e Ivos Margoni, cura redazionale di Federica Di Lella, Giuseppe Girimonti Greco e Valeria Perrucci, Adelphi, Milano, 2012.

(articolo di Antonio Russo De Vivo)

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