“Un altare per la madre” di Ferdinando Camon: a sublime work of art

Morta una madre, una famiglia si stringe intorno a un padre per costruire un altare in ricordo di lei.
Uno dei figli racconta in prima persona l’esperienza. Un altare per la madre (1978) è la testimonianza di una morte che accomuna – e ciò è inevitabile, tenuto conto del legame ancestrale sotteso – una donna e un mondo, quello contadino, che è il mondo della madre, del padre, di tutta la famiglia, lui incluso/escluso, oramai uomo di città: «Il loro mondo ha creato tutto, il mio non ha fantasia, non è fatto per superare la morte perché non è fatto per conservare la vita perché non è fatto per i bisogni dell’uomo. Che non hanno fine» (p. 38).
Con questo romanzo, Ferdinando Camon conclude il “ciclo degli ultimi”, dedicato alla fine di una civiltà ricca di virtù ma economicamente povera e di povertà perduta (“La civiltà contadina è morta. […] Sono morti una storia, una famiglia, un tipo di uomo, una cultura, una religione, una tradizione”, questo dice Camon in un’intervista; nella stessa aggiunge che l’unico modo per recuperarla è fare archeologia, operazione necessaria perché “la morte di una civiltà […] è il futuro di vasta parte dell’umanità”: http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/interviste/camon_ferdinando.html).
Il romanzo è vibrante, una tensione sotterranea, sommessa eppure potente, ci rende possibile empatizzare con un universo storico e di valori che oramai ci è remoto; il romanzo rappresenta, come l’altare – appartenente non solo ai vivi ma anche ai morti –, «un ponte fra il di qua e il di là» (p. 104).
Lo scrittore in un’altra intervista (Pourquoi écrivez-vous?, 400 écrivains répondent, «Libération», numero speciale 15 marzo 1985) dichiara di aver attuato, con Un altare per la madre, un processo di santificazione: “santificazione come vendetta sociale” dice. Non a casa a un certo punto leggiamo: «quando gli altri muoiono, bisogna inventare una forma di immortalità» (p. 67). Il libro è una forma di vendetta rispetto all’oblio imposto dall’alto (“I ragazzi di campagna sono obbligati a studiare la storia accaduta in città, e a dimenticarsi della storia accaduta nelle campagne, molte volte assai più grandiosa. È un genocidio. Io racconto solo storie accadute in campagna. Sono un vendicatore”: http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/interviste/camon_ferdinando.html).
Qui subentra ciò che significa la scrittura per Camon: “Se dovessi definire la vendetta direi che è una giustizia nevrotica. Quando dico che scrivo per vendetta, voglio dire che scrivo per compiere una giustizia smisurata, eterna e dunque ingiusta: la scrittura deve essere una esaltazione o una punizione destinata a durare senza fine” (Pourquoi écrivez-vous?, 400 écrivains répondent, cit.).
Questo approccio alla scrittura è giustificato dallo statuto etico che l’autore conferisce ad essa: la scrittura, per Camon, «è un lavoro che ha l’etica dentro di sé» (Etica dello scrivere, in AA. VV., La saggezza del vivere, tracce di etica, a cura di Alberto Sinigaglia, Diabasis, 2003): esige sincerità, è una forma di resistenza e di opposizione al sistema, un tentativo di rottura di equilibri preesistenti. Un altare per la madre è tutto questo.
Un altare per la madre, è giusto ricordarlo in una contingenza storica in cui pochi libri italiani varcano i confini del paese, ha goduto di una eccellente accoglienza da parte della critica internazionale; Raymond Carver, tra gli altri, definì questo romanzo «a sublime work of art».

Ferdinando Camon
Un altare per la madre
Garzanti, Milano, 1978
pp. 124

NB: l’immagine a corredo del testo è presa dal sito web www.lombardiabeniculturali.it.

(Articolo di Antonio Russo De Vivo)

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