Burroughs: camminare sui colori

La scrittura creativa di William S. Burroughs è un’antologia di otto saggi sulla scrittura apparentemente di dubbia utilità per chi fosse alla ricerca di indicazioni sul mestiere di scrivere. Sono saggi che ibridano biografia, letteratura, biopolitica e poetica, grondanti illuminazioni eccentriche che solo una intelligenza rara e debordante come quella di Burroughs poteva liberare.
burroughs la scrittura creativaBurroughs considera la «Parola» un virus, cioè «un organismo senza altra funzione interna che quella di replicare se stesso» (Dieci anni e un miliardo di dollari, p. 21). Questa teoria è chiarita altrove, in un’intervista condotta da Gregory Corso e Allen Ginsberg, WSB Interview 1961 («Journal For The Protection of All People», 1961, tradotta da Monica Miotti per il numero 19 di «Millepiani», Mimesis, 2001): Burroughs afferma che la «Parola» è «il principale strumento di monopolio e controllo che ostacola l’espansione della coscienza» e «controlla le sensazioni percepite con la mente e le impressioni sensoriali di colui che le ospita», per cui l’uomo, per giungere alla coscienza, «deve rifuggire le forme verbali». Gérard-Georges Lamaire, nell’introduzione all’antologia, sostiene che l’insegnamento di Burroughs mira proprio «all’inassumibile o all’inaccessibile della scrittura: il silenzio» (traduzione di Fabrizio Elefante).
Delineate rapidamente le basi teoriche del testo, possiamo ora indugiare su alcune delle illuminazioni presenti.
La più inquietante è quella che vorrebbe la «scrittura» esercitare un potere magico. La parola scritta è un’immagine e la parola-immagine originariamente aveva uno scopo cerimoniale e magico. Ne L’ultimo potlach, Burroughs riporta un breve dialogo avuto con Jasper Johns durante una cena al Connaught Hotel di Londra. Lo scrittore chiese al pittore cosa fosse la pittura e il pittore rispose allo scrittore con un’altra domanda: “cos’è lo scrivere?” Burroughs non seppe, al momento, cosa ribattere, ma in seguito la risposta l’ha trovata: «lo scopo di scrivere è di farlo accadere» (p. 31).
Un’altra illuminazione, che abbiamo ritrovato nel recente Fame di realtà di David Shields, è l’invito al ‘plagio’. Burroughs disprezza il ‘feticcio dell’originalità’ che pure, insieme all’idea delle parole come proprietà, lo ha tenuto imbrigliato per anni; in un manifesto redatto con il pittore Brion Gysin, Les Voleurs, l’esortazione è netta: «rubate tutto quello che è in vista» (p. 83). Il concetto di furto è alla base della tecnica di scrittura che usa e che ha elaborato proprio insieme a Gysin: il cut-up, tecnica di montaggio consistente nel tagliare brani di libri propri o altrui e risistemarli per trarne «parole nuove e significati alterati» (Appartiene ai cetrioli, p. 86).
Per quanto concerne la pratica della scrittura, in questa antologia abbiamo un Burroughs bizzarro e un Burroughs che riesce ad esprimere profonde e acute Verità.
Il Burroughs bizzarro è quello che chiede agli studenti dei suoi corsi di scrittura di passeggiare «con l’attenzione costantemente a fuoco su un solo aspetto delle situazioni e percezioni che incontrate» (Dieci anni e un miliardo di dollari, p. 25), o di camminare sui colori per notare come questi «cominciano a spiccare più nitidi di loro propria iniziativa» (p. 26).
Il Burroughs delle profonde e acute Verità emerge qua e là tra le pagine del libro. È il Burroughs che confessa di non aver voluto scrivere da bambino perché incapace di affrontare ciò che tocca a ogni scrittore: «tutto il brutto scrivere che dovrà fare prima di farne qualcosa di buono» (Kerouac, p. 54). È il Burroughs che enuncia una regola basilare per chi voglia scrivere un best seller: «non cercar mai di far sperimentare a un gran pubblico niente che lui non sopporti di dover comprendere. Non dovete spaventarli a morte, farli saltar giù dalle sedie, e soprattutto non dovete sbigottirli» (Il bello e il bestseller, p. 73). E tuttavia ammette quanto sia complesso e faticoso scriverne uno: lui stesso ci ha provato, non riuscendovi.
Bizzarria e Verità sono i due poli fra i quali oscilla la “scrittura sulla scrittura” che esercita Burroughs in questi saggi, una scrittura che più volte sembra rasentare la schizofrenia e sempre ci invita ad abbandonare una visione banale e semplicistica del mestiere di scrivere, una visione ortodossa, reazionaria, irreggimentata negli angusti limiti della realtà che crediamo di percepire. Non che l’autore de Il pasto nudo detenga l’ultima parola su cosa e come si debba scrivere — e ciò sarebbe contrario alle sue teorie sul linguaggio come controllo —, ma è sempre salutare esplorare altri mondi anche nel campo della scrittura, purché non ci si lasci soggiogare: il naufragio, con Burroughs, è un rischio da tenere in conto.

William Burroughs
La scrittura creativa
trad. it. di Giulio Saponaro
Sugarco, Gallarate (VA), 1994 (prima edizione, 1981)

(Articolo di Antonio Russo De Vivo)

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5 comments

  1. “Giornalismo”, pp.70-71 in Gerard-Georges Lemaire – William Burroughs: una biografia.

    “Ho notato che il giornalista è più vicino a queste origine magiche di quanto non sia la maggior parte della narrativa. Vale a dire che alcuni degli operatori in questo campo […] hanno certamente visto in modo sufficientemente chiaro e cosciente il giornalismo come un’operazione magica destinata a produrre determinati effetti. E la sua tecnologia è la tecnologia della magia: nel caso dei giornali e delle riviste si tratta soprattutto di magia nera. Essi conficcano spilloni sull’immagine di qualcuno per poi presentarla a milioni di persone. Il giornalismo moderno è un potere perché permette di spostare gli avvenimenti e decidere ciò che è reale e ciò che non lo è, ossia non soltanto d’inventare gli strumenti utili al vaglio e all’interpretazione della realtà, ma anche di falsificare la realtà stessa”

    Platone, VII Lettera “…perciò appunto ogni persona seria si guarda bene dallo scrivere di cose serie per non esporle alla malevolenza e alla incomprensione degli uomini. In una parola, dopo quanto si è detto, quando si vedono opere scritte di qualcuno, siano le leggi di un legislatore o scritti di altro genere, si deve concludere che queste cose scritte non erano per l’autore la cosa più seria, se questi è veramente serio e che queste cose più serie riposano nella sua parte più bella; ma se veramente costui pone per iscritto ciò che è frutto delle sue riflessioni, allora “è certo che” non gli dei, ma i mortali “gli hanno tolto il senno”.

    1. Bello ritrovarti Zosimov!
      Grazie per il commento, ricordo che parlammo di Burroughs e mi citasti questo passo che mi pare sia presente anche in “La scrittura creativa”.
      Se puoi, spiegami il collegamento tra B. e Platone.

  2. Magari un giorno ci incontriamo e ne parliamo, scrivere altro significherebbe contraddirsi e peggio ancora si rischierebbe di cadere in ciò di cui parla Platone, tra l’altro molto chiaramente anche nel Fedro.

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