Il barbone

Ho bussato alla porta e mi ha aperto un barbone. «Chi sei?» mi ha chiesto. Gli ho risposto che ero uno dei tanti sconosciuti. «Cosa vuoi?» mi ha chiesto. Gli ho risposto che mi ha mandato una cara amica, un’altra sconosciuta, che lo ammira tanto. Il barbone ha sorriso e mi ha detto «accomodati».
«Perché mi fai entrare?» gli ho chiesto. Mi ha risposto che doveva. «Non ti hanno insegnato a diffidare degli sconosciuti?» gli ho chiesto. Mi ha risposto che nella vita a far più male sono i conosciuti.
Mi ha fatto sedere. Tavolo rotondo, largo, pieno di carte, libri, foto.
«Immagino sia venuto qui ad ascoltarmi»
«Sono qui per prendere anche io una parte della tua storia»
«Preparo il tè e ti dico.»
E così non mi ha detto tutto, ma tanto.
La madre cattolicissima, gli anni da chierichetto, il teatro, l’amico/amore della sua vita e la sua scomparsa e ricomparsa, la malattia, la follia, la psichiatra, il maestro buddista, il teatro, l’amico portato via dal manicomio dove è cresciuto, l’amico barbone, l’amico con la sindrome di down che vuole fare l’attore, il teatro, gli ultimi, il teatro, il successo, i viaggi, Pina Bausch, il maestro buddista, la liberazione, il teatro.
DELBONO  racconti di giugnoMi ha detto tanto, e mentre diceva mi mostrava le foto, mi declamava versi, urlava, si commuoveva, danzava, suonava il violino, poi si fermava e rifletteva.
Io tacevo, con la tazza di tè che fumava, affascinato e ipnotizzato; sarei stato lì a lungo, molto a lungo, ma la storia doveva finire ed è finita, chiudendo un cerchio aperto in principio:
“Buonasera.
Ci sono tre parole, di quello che racconterò, che non dovete scrivere, se qualcuno di voi scrive, e non dovete dire fuori da qui, soprattutto — anzi soltanto — per mia mamma.
Tre parole che poi vi dirò.”
Quando, solo alla fine, me le ha dette, ho capito.
«Sei bigotto?» gli ho chiesto.
Lui mi ha fissato e c’era stupore. Poi mi ha risposto.

Lettura immaginata:

Pippo Delbono
Racconti di giugno
Garzanti, Milano, 2008
pp. 135, illustrato

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