Radical Chic

Certe parole o espressioni, per chi si sollazza nel baluginante mondo dei libri, è bene conoscerle. Le si sente ovunque, inevitabilmente ci si scontra, e allora esse andrebbero riportate, con tanto di schemi e rimandi ipertestuali, in un ipotetico manuale di autodifesa contro i molteplici e nemmeno troppo sorprendenti vezzi dell’intelligencija.

Radical Chic è espressione di quelle che nell’abuso si logorano, perdono la loro possanza semantica, rischiano lo svuotamento — desemantizzazione o sovrasaturazione semantica, si dice —, ma ancora oggi essa significa, si usa, dice, o meglio, “etichetta”. Sempre meno forte, eppur resiste.
Radical Chic, come attesta il dizionario Treccani, si riferisce a «che o chi, per moda o convenienza, professa idee anticonformistiche e tendenze politiche radicali».
WOLFETale espressione fu coniata dallo scrittore americano Tom Wolfe, noto per il romanzo Il falò delle vanità (1987), in un reportage brillante e impietoso, Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers (1970), dedicato a quei salotti alla moda degli anni Sessanta e Settanta in cui l’alta borghesia sfoggiava la sua sensibilità sociale ospitando esponenti rivoluzionari. Wolfe, da fine entomologo, nel reportage dissezionava lentamente, pezzo dopo pezzo, tutto quanto di finto, modaiolo, spettacolarizzato, avveniva in quei luoghi che erano il tempio di una nuova subdola aristocrazia, quella del denaro. Il Black Panthers Party veniva organizzato per raccogliere fondi per una causa di cui gli organizzatori poco potevano capirci, sicché le incongruenze e il kitsch predominavano ed emergeva la finalità tutta mondana dell’evento. L’essenza del Radical Chic è tutta qui:

“In fondo il Radical Chic di radicale ha solo lo stile. In cuor suo si sente parte della Società e delle sue tradizioni. La Politica, come il Rock, il Pop o il Camp, ha la sua utilità, ma mettere a repentaglio tutto il proprio status per la nostalgie de la boue in qualsivoglia sua forma, significa non avere princìpi.”
(Tom Wolfe, Radical Chic. Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto, trad. it. di Tiziana Lo Porto, pp. 81-2)

(Antonio Russo De Vivo)

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