La verità in letteratura. Curzio Malaparte

«Mi piacerebbe sapere» disse Pierre Lyautey volgendosi a me con garbata ironia «che cosa c’è di vero in tutto quel che raccontate in Kaputt.»
«Non ha alcuna importanza» disse Jack «se quel che Malaparte racconta è vero, o falso. La questione da porsi è un’altra: se quel ch’egli fa è arte, o no.»
«Non vorrei essere scortese con Malaparte, che è mio ospite» disse il Generale Guillaume «ma penso che in Kaputt egli si prenda gioco dei suoi lettori.»
«Nemmeno io vorrei essere scortese con voi» replicò Jack vivamente «ma penso che abbiate torto.»
«Non ci darete a credere» disse Pierre Lyautey «che a Malaparte sia realmente capitato tutto quel che racconta in Kaputt. È mai possibile che càpiti tutto a lui? A me non accade mai nulla!»
«Ne siete ben sicuro?» disse Jack socchiudendo gli occhi.
«Vi prego di scusarmi» dissi finalmente volgendomi al Generale Guillaume «se son costretto a rivelarvi che poco fa, a questa stessa tavola, mi è capitata la più straordinaria avventura della mia vita. Non ve ne siete accorti, perché sono un ospite bene educato. Ma dal momento che mettete in dubbio la verità di quel che io narro nei miei libri, permettete che vi racconti quel che m’è capitato poco fa, qui, davanti a voi.»

[C. Malaparte, La pelle. Storia e racconto (1949), a cura di Caterina Guagni e Giorgio Pinotti, Milano, Adelphi, 2010, p. 284]


Malaparte
in Kaputt (1944) aveva narrato il suo avventuroso peregrinare in un’Europa devastata dal secondo conflitto mondiale, un’Europa popolata di animali fantastici e rappresentata come solo uno sguardo allucinato potrebbe: orrorifica, trasfigurata.
Curzio Malaparte La pelleLa pelle (1949) è il ritorno nella patria Italia liberata da americani e inglesi. Malaparte — che dal 1943 al 1946 ha svolto la funzione di ufficiale di collegamento aggregato all’Alto Comando Americano in Italia — si trova a Napoli, e la porosa e purulenta città partenopea è un inferno popolato da mostri. La necessità di sopravvivere ha portato a un grado zero della morale, sicché anche un popolo nobile come quello napoletano svela un lato oscuro che lo scrittore toscano non tiene affatto a celare (cosa che ne provocherà la messa al bando dalla città, con tanto di decisione istituzionale), seppur la pietas venga fuori ogni volta possibile.
Lasciata Napoli, Malaparte insieme agli americani giunge a Roma. È qui che, durante un pranzo con alcuni ufficiali francesi, la discussione verte sulla verità o meno nell’opera di Malaparte.
Ciò che racconta, dopo lo scambio di battute citato, è al solito straordinario. Descrive con precisione le portate servite, aumentando così la tensione narrativa, fino al momento del kouskous, apice del pasto e obiettivo del racconto.

«Ah, se avessi chiusi gli occhi, mangiando questo kouskous! Poiché dianzi, nel caldo e vivo sapore della carne di montone, m’avvenne a un tratto d’avvertire un gusto dolciastro, e sotto i miei denti una carne più fredda, più molle. Guardai nel piatto, e inorridii. Tra la semola vidi spuntare prima un dito, poi due dita, poi cinque, e finalmente una mano dalle unghie pallide. Una mano d’uomo.»
«Taisez-vous!» esclamò il Generale Guillaume con voce soffocata.
«Era una mano d’uomo. Certamente era la mano del disgraziato goumier, che lo scoppio della mina aveva recisa di netto, e scagliata dentro la grande marmitta di rame, dove cuoceva il nostro kouskous. Che potevo fare? Sono stato educato nel Collegio Cicognini, che è il migliore collegio d’Italia, e fin da ragazzo mi hanno insegnato che non bisogna mai, per nessuna ragione, turbare una gioia comune, un ballo, una festa, un pranzo. Mi son fatto forza per non impallidire, per non gridare, e mi son messo tranquillamente a mangiar la mano. La carne era un po’ dura, non aveva avuto il tempo di cuocere.»
[…]
«Ma non è possibile! Non posso credere che…» balbettò Pierre Lyautey, verde in viso, premendosi una mano sulla bocca dello stomaco.
«Se non mi credete» dissi «guardate qui, nel mio piatto. Vedete tutti questi ossicini? Sono le falangi. E queste, allineate sull’orlo del piatto, sono le cinque unghie. Vogliate scusarmi se, non ostante la mia buona educazione, non sono stato capace di mandar giù le unghie.»
«Mon Dieu!» gridò il Generale Guillaume tracannando un bicchiere di vino tutto d’un fiato.
«Imparerete così a mettere in dubbio» disse Jack ridendo «quel che Malaparte racconta nei suoi libri.»

(pp. 286-7)

Curzio MalaparteJack e Malaparte salutano il Generale Guillaume, loro ospite, e riprendono il viaggio che condurrà lo scrittore fino alla sua terra d’origine. Appena lasciati gli ufficiali, Malaparte svela al compagno lo scherzo: mangiando il montone egli ha disposto gli ossicini fino a formare le ossa di una mano. Si tratta di un esempio di quell’umorismo nero tanto diffuso nel romanzo.
Tutta la scena, secondo il critico Luigi Baldacci, confermerebbe il “disimpegno” dell’autore, cosa tutt’altro scontata in un contesto culturale, quello degli anni successivi alla guerra, in cui il neorealismo impera. Ma più di tutto ci interessa quanto osservato dal critico Giorgio Bàrberi Squarotti:

L’aneddoto è, per un verso, la spiegazione della natura profonda della letteratura, di dover essere verosimile, non necessariamente vera, perché in questo caso si confonderebbe da una parte con la storiografia, dall’altra con il resoconto giornalistico; per l’altro una lezione allegorica. La guerra, per gli ufficiali che pranzano con Malaparte sulla strada di Roma, è un avvenimento quasi estraneo, lontano: la comandano, la stanno vincendo, dall’alto della loro condizione di comandanti di un esercito trionfatore, che ha per di più, su di sé, il segno del bene, perché i nemici tedeschi sono i portatori del male; e, invece, eccola in tutto il suo orrore, concretata nella mano del soldato piombata nella pentola del couscous e rosicchiata per decenza di ospite dallo scrittore, ammesso, per quanto appartenga alla nazione vinta, al convivio di amabili e ironiche chiacchiere, che, sostanzialmente, vogliono negare tutta l’infinita atrocità che Kaputt ha traumaticamente rivelato.

[G. Bàrberi Squarotti, L’allegoria degli orrori della guerra, in AA. VV., Curzio Malaparte. Il narratore, il politologo, il cittadino di Prato e dell’Europa, a cura di R. Barilli e V. Baroncelli, Atti di convegno (Napoli 1997 – Prato 1998), per il Centenario della nascita, vol. 2/2, Napoli, CUEN, 2000, pp. 287-8].

(articolo di Antonio Russo De Vivo)

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