Il talento. Proust

“Le belle cose che scriveremo, se ne abbiamo il dono, sono in noi indistinte, come il ricordo d’un aria che ci incanti senza che riusciamo a ritrovarne il tracciato, a canticchiarla, e nemmeno a darne un disegno quantitativo, a dire se ci sono pause o serie di note rapide. Coloro che sono ossessionati da questo ricordo confuso di verità che non hanno mai conosciute sono uomini intellettualmente dotati. Ma, se si appagano di dire che odono un’aria deliziosa, essi nulla indicano agli altri, non hanno talento. Il talento è come una sorta di memoria capace di permetter loro di finire col ravvicinare a sé quella musica indistinta, di sentirla con chiarezza, di annotarla, di riprodurla, di cantarla. Giunge un’età in cui il talento s’indebolisce insieme con la memoria, e in cui il muscolo mentale che accosta i ricordi interni e quelli esterni non ha più forza. Talvolta quest’età dura l’intera vita, per mancanza d’esercizio, per troppo rapida contentezza di sé. E nessuno conoscerà mai, nemmeno chi la sente, l’aria che ci perseguitava col suo ritmo inafferrabile e incantevole*.

* Sotto l’ultima riga di questo frammento, Proust ha scritto: «finire qui».

(Marcel Proust, Note sulla letteratura e la critica, in Contro Sainte-Beuve, 1971, trad. it. di Paolo Serini e Mariolina Bongiovanni Bertini, Torino, Einaudi, 1991, pp. 113-14)

N.B. l’immagine riportata è Jacques-Émile Blanche, Ritratto di Marcel Proust, 1892, Musée d’Orsay, Parigi.

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