Quando Edgar Allan Poe specificò passo passo le strategie compositive de “Il Corvo”

Ho spesso pensato quale interessante articolo potrebbe essere scritto da qualche autore che volesse — cioè, potesse — specificare, passo passo, i procedimenti con cui una qualsiasi delle sue composizioni ha raggiunto il perfetto compimento. Non so spiegarmi perché un tale articolo non sia mai stato scritto — tuttavia, forse, la ragione è da ricercarsi soprattutto nella vanità degli scrittori. I più degli scrittori — in modo particolare i poeti — preferiscono far credere ch’essi compongono con una specie di sottile frenesia — con un’estatica intuizione — e certamente rabbrividirebbero di permettere al pubblico di vedere dietro la scena le elaborate e vacillanti crudezze del pensiero — il vero fine colto solo all’ultimo momento — gli innumerevoli balenii di un’idea che non ha raggiunto la maturità dell’espressione — le fantasie pienamente perfezionate che per disperazione furono lasciate cadere come intrattabili — le caute scelte e i cauti rifiuti — le penose cancellature e le interpolazioni — in una parola, le ruote e i rocchetti — i paranchi per i cambiamenti di scena — le scale e le trappole del diavolo, le penne di gallo, il belletto rosso e i nèi neri, che, novantanove volte su cento, costituiscono la prassi comune dell’histrio letterario.
So, d’altra parte, che è assai poco comune che un autore sia del tutto in grado di ricostruire il procedimento con cui ha raggiunto le sue conclusioni. In genere, le suggestioni, essendo nate confusamente, sono seguite e dimenticate nello stesso modo. Per mio conto, non condivido la ripugnanza di cui si è parlato, né ho mai la minima difficoltà a richiamare alla mente il progressivo svolgimento di una mia composizione; e poiché l’interesse di un’analisi, o ricostruzione, nei termini che ho indicato come un desideratum, è assolutamente indipendente da ogni interesse reale o fantastico per la cosa analizzata, non si considererà come un’offesa al decoro da parte mia mostrare il modus operandi con cui fu composta una delle mie poesie. Scelgo Il Corvo come la più generalmente nota. È mia intenzione dimostrare che nessuna parte di essa fu dovuta al caso o all’intuizione — che l’opera procedette, passo passo, al suo compimento con la precisione e la rigida conseguenza di un problema matematico.

[Edgar Allan Poe, Filosofia della composizione, trad. it. di Elio Chinol, «Graham’s Magazine», XXVIII, aprile 1846, in Opere scelte, a cura di Giorgio Manganelli, Milano, Mondadori, I Meridiani, 2006 (I edizione, 1971), pp. 1308-09]

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One comment

  1. (Questa poesia uscì sul «New-York Tribune», il 9 ottobre 1849, poche ore dopo la morte dell’autore: Edgar Allan Poe)

    Molti e molti anni fa,
    in un regno in riva al mare,
    viveva una fanciulla che potete chiamare
    con il nome di Annabel Lee;
    e questa fanciulla non aveva altro pensiero
    che d’amarmi ed essere amata da me.

    Io ero un bimbo e lei una bimba
    in quel regno in riva al mare:
    ma ci amavamo d’un amore ch’era più che amore,
    io e la mia bella Annabel Lee;
    d’un amore che gli alati serafini del cielo
    invidiavano a lei e a me.

    Fu per questo che, molti e molti anni fa,
    in quel regno in riva al mare,
    un vento soffiò fuor d’una nube raggelando
    la mia bella Annabel Lee.
    Allora vennero i suoi nobili parenti
    e lontano da me la vollero portare,
    per chiuderla dentro un sepolcro
    in quel regno in riva al mare.

    Gli angeli, meno di noi felici in cielo,
    invidiavano lei e me…
    Sì! fu per questo (come tutti sanno
    in quel regno in riva al mare)
    che a notte un vento soffiò fuor d’una nube
    raggelando e uccidendo la mia Annabel Lee.

    Ma il nostro amore era ben più che l’amore
    di tanti molto più vecchi di noi
    di tanti molto più saggi di noi…
    E né gli angeli in cielo lassù,
    né i demoni giù nel fondo del mare,
    la mia anima dall’anima sua
    potranno mai separare.

    Poi che mai splende la luna ch’io non sogni
    la mia bella Annabel Lee,
    né mai si levano stelle ch’io non veda gli occhi lucenti
    della mia bella Annabel Lee;
    e così tutta la notte al fianco io giaccio
    del mio amore, mio amore, mia vita e mia sposa,
    nel suo sepolcro laggiù presso il mare,
    nella sua tomba presso la riva del mare.

    [Edgar Allan Poe, “Annabel Lee”, trad. it. di Elio Chinol, «New-York Tribune», 9 ottobre 1849, in “Opere scelte”, a cura di Giorgio Manganelli, Milano, Mondadori, I Meridiani, 2006 (I edizione, 1971), pp. 1255-57]

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