Antonio Franchini. La letteratura e il combattimento

C’è un libro recente ma non troppo, pubblicato in pieni anni ’90 — che forse è passata un’eternità e manco me ne sono accorto, ma si sa che gli anni giovani la memoria non li abbandona e li mantiene giovani, fin quando può —, che è un’opera cult sulla scrittura. Autore è un noto editor, Antonio Antonio FranchiniFranchini, il quale è anche, colpevolmente, meno noto scrittore. Perché Franchini sa scrivere molto meglio di tanti più blasonati autori contemporanei, possiede una lingua sua, personale, al contempo elegante, chiara, precisa ma non minimalista, oserei dire empatica, ma ciò è forse dovuto in buona parte al fatto che lui, Franchini, scrive spesso in prima persona o addirittura, come in quest’opera cult non ancora famosa, si riferisce anche a se stesso in terza persona. Franchini è al centro della sua scrittura e ciò non è un limite, non lo rende, come tanta letteratura contemporanea, ombelicale, perché Franchini ha una qualità tutta sua pur non essendo solo sua e pur essendo goffamente sciorinata da tanti: sa ragionare intorno alle cose. Franchini in gran parte delle sue opere fa aneddotica, personale e non, e ci ragiona per trarne delle conclusioni o per approssimarsi quanto più possibile a una verità che lui stesso sa irraggiungibile, e tutto ciò lo rende molto simile a un pugile agile, in forma smagliante, che danza intorno all’avversario, alla ricerca del colpo decisivo.

“Per tutti i suoi significati simbolici la boxe è stata fin troppo amata dagli scrittori.
Il pugilato è letterario perché è estremo, perché è sempre contiguo alla disfatta ma non esclude il miraggio della gloria, e perché, come la scrittura, è un’apoteosi della solitudine. Poi possiede alcuni evidenti caratteri per cui si presenta come una delle manifestazioni più «artistiche» del corpo, alla stregua della danza, ma, a differenza di quest’ultima, come una delle espressioni umane che meno hanno a che fare con la finzione, la gratuità, l’infingimento — anzi, è una specie di emblema di sincerità —, giacché il suo fine è produrre naturalmente azioni credibili.”
(Antonio Franchini, Quando vi ucciderete, maestro?, p. 125)

Quando vi ucciderete, maestro? non è un romanzo, è una di quelle opere dalla struttura ibrida tanto di moda oggi in cui si raccontano cose, emergono dei personaggi, a distanza di sicurezza dalle intenzioni della narrativa. Si raccontano cose ma il fine non è il racconto, la storia, non c’è un plot. Emergono personaggi che sono persone reali o riferimenti letterari. Piuttosto è come essere accolto a casa di persona saggia e colta che ti fa accomodare, ti mette a tuo agio, sceglie un argomento di conversazione e inizia a parlare, e tu stai lì comodo, affascinato da tanta intelligenza, e ascolti perché le parole sono belle e chiare e i ragionamenti importanti, non ti annoi mai che si parli di vita reale o di sport o di letteratura: l’argomento, si sa, poco importa quando chi argomenta ha acutezza.
Franchini, in quest’opera, gira intorno a un avversario/tema esplicitato in sottotitolo: la letteratura e il combattimento. Il rapporto tra letteratura e arti marziali — Franchini, lo ricordiamo, pratica arti marziali ed è Mishimaimbevuto di cultura orientale — è molto ben esemplificato da una citazione tratta da Sole e acciaio (1970) dello scrittore-samurai Yukio Mishima:

“La letteratura e le arti marziali sono identiche; la logica letteraria e la logica dell’azione non sono che un effimero tentativo di opporsi alla morte e all’oblio.”
(p. 110)

L’editor-scrittore, dal canto suo, da praticante di tali discipline va spesso sul concreto:

“Di ogni tecnica il maestro sottolineava l’intercambiabilità: sì, a quel punto veniva naturale portare una gomitata sul bicipite («distruzione del bicipite» si dice in gergo, credo apposta non abbastanza tecnico, proprio per enfatizzarne l’aspetto terroristico), ma si poteva, con lo stesso risultato, picchiare sul polso o sull’avambraccio, o puntare direttamente alla gola, e quella spazzata sulla gamba destra, poteva falciare anche la sinistra, a scelta, con un minimo spostamento, se si fosse incontrata resistenza…
Insomma, è come quando scrivete — continuò il maestro, imbarcandosi in un’analogia inaspettata — io v’insegno dei colpi che sono i vocaboli, poi bisogna inserirli in concatenazioni che sono le frasi, la grammatica, ma quando diventerete più capaci, sarete voi a comporre le vostre frasi, cambiando, a vostra scelta, come quando scrivete
Mi colpiva l’idea che si potesse scrivere su un corpo come sulla carta; sulla carne, contro le fibre dei muscoli e le articolazioni, con le dita, con le nocche, con i gomiti come sui fogli extrastrong, sui quaderni, sui notes, sui tabulati del computer…”
(pp. 29-30)

L’opera pungola di continuo l’appassionato di libri e chi fa della scrittura mestiere o, soprattutto, aspirazione. A me, sostenitore della necessità della scrittura intesa come scrivere il necessario evitando il superfluo, e dal punto di vista del contenuto e della forma, piace riflettere sul seguente passo:

“Si può essere guerrieri senza combattere e scrittori senza scrivere?
Il paradosso zen vuole che il miglior sarto sia colui che non ha bisogno di tagliare. È una prospettiva molto idealistica, quella stessa secondo cui il guerriero dovrebbe combattere solo quando non può farne a meno. Talmente ideale che il tema del combattente pacifico, costretto a usare la violenza solo dopo una lunga serie di provocazioni, è uno degli stereotipi più conosciuti del cinema e della letteratura d’azione.
Anche lo scrittore dovrebbe scrivere solo quando non può farne assolutamente a meno. Ma è possibile verificare quando la scrittura non era necessaria?
Ho paura che non sia possibile.
Forse capire quando essa era inevitabile sì, si può. La faccia dell’opera che ha chiesto con forza di venire al mondo spesso ha tratti riconoscibili, però anche le creature partorite a fatica perdono col tempo la congestione dello sforzo e possono acquistare una levigatezza, come banalmente per questi casi si usa dire, alabastrina.
Allenamento e volontà possono molto sui limiti della natura, come perplessità e debolezza infinitamente possono contro i suoi doni.
La volontà di riuscire, l’ostinazione, sono qualità poco eroiche e poco simpatiche. Hanno a che fare con l’accumulo, con la sordida morale borghese del risparmio.”
(p. 65)

Antonio Franchini
Quando vi ucciderete, maestro? La letteratura il combattimento
Venezia, Marsilio, 1996
168 p.

(articolo di Antonio Russo De Vivo)

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