Pantagruelico

Aggettivo di derivazione francese («pantagruélique», 1552, Rabelais, da Pantagruel, protagonista dalla fame e dalla sete spropositata di Gargantua et Pantagruel di François Rabelais), «pantagruelico» non a caso in Italia è attestato il 24-25 dicembre 1893, nel giornale «Il piccolo della sera». Con questo lemma, infatti, si indicano pranzo o appetito enormi (propriamente: ‘degno di Pantagruel’; da Manlio Cortellazzo, Paolo Zolli, DELI. Dizionario Etimologico Della Lingua Italiana, edizione minore, Zanichelli, 2004), e il cenone della vigilia di Natale è quanto di più pantagruelico tradizionalmente ci concediamo a tavola.

Vi auguro una vigilia dai tratti pantagruelici e riporto qui, per l’occasione, un capitolo dal libro quinto di Gargantua e Pantagruele dell’iperbolico Rabelais.

“CAPITOLO VENTIDUESIMO
Come la Regina fu servita a cena e in qual modo essa mangiava

Francois RabelaisLa Signora, terminate queste parole, si ritirò verso i suoi gentiluomini e disse loro:
L’orifizio dello stomaco, comune ambasciatore pel vettovagliamento di tutti i membri, sia inferiori che superiori, ci sollecita di ristorarli con apposizione di idonei alimenti di quel che in loro si è perduto per l’azione continua del natural calore nell’umidità radicale: sotto pena, prescritta dalla Natura, mia regina, se non ottemperiamo, di risoluzion degli spiriti. Spodizatori, Cosimín, Noemamín, e Perazoni, a voi fare che siano prontamente preparate le mense, riboccanti d’ogni legittima specie di ristorativi. E anche voi, nobili Pregusti, accompagnati dai miei gentili Massitéri, la buona prova della vostra industria trapuntata di cure e diligenza, fa sí che io non vi preghi di vegliare affinché non vi sia alcun disordine nei vostri offici: soltanto vi rammento di fare quello che fate.
Terminate queste parole, si ritirò con parte delle sue damigelle alcun tempo, e ci fu detto che era per prendere un bagno come era abitudine degli Antichi, tanto comune come da noi ora lavarsi le mani prima del pasto. Poi furono ricoperte le tavole di tovaglie preziosissime. E l’ordine del servizio fu tale che la Signora non mangiò nulla salvo celeste ambrosia, e nulla bevve fuorché nettare divino; ma i signori e le dame della sua casa furono, e noi con essi, serviti di rare vivande, appetitose e preziose, che nemmeno se le sognò Apicius.
Sull’uscir di tavola fu portato un pot-pourri, nel caso che la fame non ci desse ancor tregua, ed era di tale ampiezza e grandezza che solo quel platano d’oro che Pizio Bitinio regalò al re Dario l’avrebbe potuto coprire. La zuppiera era piena di minestre di varie specie, insalate, fricassee, salse varie, capretti allo spiedo, arrosti, bolliti, carni alla griglia, gran pezzi di bue salato, prosciutti stagionati, pasticceria, un mondo di cuscús alla Moresca, tartine e formaggi, giuncate, gelatine, frutti d’ogni sorta. Il tutto mi sembrava ottimo e ghiotto, però non lo toccai per essere già ben rifocillato.
Rabelais Gargantua e PantagrueleDevo soltanto dirvi che vidi là pasticci alla crosta, e che, cosa rarissima, questi pasticci alla crosta eran pasticci in terrina*. In fondo al piatto scorsi una quantità di dadi, carte francesi, tarocchi, carte napoletane, scacchi e damieri, con tazze piene di scudi del Sole per chi volesse giocare. E sotto quello strato finalmente scorsi un bel numero di mule ben bardate, con gualdrappe di velluto, e di giumente similmente guernite, per uso di uomini e donne, e lettighe riccamente parate altresì, non so quante, oltre ad alcuni cocchi alla Ferrarese, per chi volesse andarsene a diporto.
Ciò non mi sembrò strano. Ma trovai assai nuova la maniera con cui la Signora mangiava. Essa non masticava nulla: non che non avesse ottimi denti e forti, non che le sue vivande non richiedessero masticazione, ma tale era il suo uso e costume. Le vivande, che i suoi Pregusti avevano già saggiato, eran prese dai suoi Massitéri, che nobilmente gliele masticavano, avendo il gorgozzule foderato di seta cremisi con piccole nervature di canettiglia d’oro e i denti di bell’avorio bianco, per mezzo di che, quando avevano masticato ben a puntino le vivande, gliele colavano con un imbuto d’oro fino, sin dentro lo stomaco. Per la stessa ragione ci fu detto che non andava di corpo, se non per procura.”

* Ossia, una cosa impossibile per definizione!

[François Rabelais, Gargantua e Pantagruele (1542-1564), a cura di Mario Bonfantini, Torino, Einaudi, 1993, pp. 776-77]

N.B.: il ritratto di François Rabelais è di un anonimo del XVII secolo

(articolo di Antonio Russo De Vivo)

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