Emilio Cecchi: la letteratura americana e le conseguenze di una cattiva ricezione in Italia

Un poderoso incentivo a quell’incantagione e a quel fanatismo che dicevo sopra, fu l’illusione d’essersi finalmente imbattuti in una letteratura che non avesse a che fare con la letteratura, che non fosse viziata e minata di letteratura: una letteratura «barbara», o in certo qual modo primitiva; giacché il desiderio di una prisca ingenuità o almeno d’una bella rudezza barbarica, non è mai così intenso come in epoche di profonda stanchezza morale ed artistica. […]
Ma si sa che cosa valgono, in genere, cotesti miraggi antiletterari. AmericanaEd è certo che non perderebbe il suo tempo chi si desse invece ordinatamente a ricercare quanta letteratura europea, e della più carica ed elaborata, passò negli americani: non dico pel filone ancestrale delle comuni origini anglosassoni; e non dico in autori di formazione accademica, o in un James ch’è ovviamente scrittore dotto; ma in O. Henry, per esempio, ch’è difficile spiegare senza Kipling; in Hemingway ch’è un prodotto della più scaltra cultura impressionista nord europea, con probabili innesti ispano-messicani; ed infine nel Faulkner, il maggior scrittore dell’America d’oggi, il quale ha non soltanto l’immediato antecessore nell’Anderson, ed in Joyce, scolaro di gesuiti e filologo trascendentale, il suo professore di psicologia, ma ha fatto il suo corso di rettorica su Conrad, e attraverso Conrad su Flaubert. Tanto per non parlare di letteratura. Dalla quale non si evade per la brutalità della materia verbale, o inscenando spettacolose esibizioni di sangue e di sesso, che sono tutte cose esteriori; ma si evade solo per virtù di poesia.
[…]
E se ne produsse, fra l’altro, un influsso di cotesta prosa d’America su taluni strati della prosa nostra: un influsso tutto al peggio; cosicché a volte non sai se ridere o piangere. Se ne produsse, in racconti e novelle, una sorta di scrittura spaesata, astratta, nevrastenica, improbabile; che sembra anch’essa a sua volta tradotta, malamente, da una qualche cattiva letteratura di paesi ambigui, dove ogni cosa, anche il linguaggio e la poesia, nasca di seconda mano.
[…]
Da un capo all’altro dell’antologia, lo spettacolo che della vita ci viene offerto è tragico, orrendo. Troppe volte ho cercato di rintracciare caratteri e tendenze generali della vita americana, per potere evitar di ripetermi intorno alle ragioni che fanno apparire questa letteratura come dementata e percossa dal ballo di san Vito. Da una civiltà che, non da ieri, ha come postulato supremo il benessere e la felicità materiale, era ovvio che potesse nascere soltanto un’arte di disillusione, e disillusioni senza conforto. Pochi anni prima di morire, in una lettera dell’aprile del 1926, D.H. Lawrence, a proposito di certe confessioni e documenti di vita d’America, scrisse «che gli parevano più terribili dell’Edipo e della Medea; e che, al loro confronto, l’Amleto, il Macbeth e Re Lear erano acqua da occhi». […]
Dieci anni di crisi economica (esageratamente sofferta, appunto in ragione di quel postulato di felicità materiale) hanno sempre più incrudelito i fondamentali dilemmi di questa civiltà; […] Il contrasto fra i sessi è divenuto più accanito; sia perché la vita è diventata più dura ed esigente, al tempo stesso che la libertà di vivere sembra cresciuta, nel continuo rilassarsi del codice puritano; sia perché, in questa equivoca libertà, i sensi mortificati dal puritanesimo non si sono distesi e calmati, ma si sono soltanto emancipati dal sentimento e fatti più perversi. Caduto, in massima, il pudore sociale; e non essendo d’altronde subentrata una sincera capacità di godere: si ha una sorta di gelido e sfrenato paganesimo, che si è messo sotto ai piedi tutti i divieti, interni ed esterni: un paganesimo di mera violenza, senza respiro di felicità.
Quella parte, non larga, di letteratura narrativa che in America non viene fabbricata su ricetta, ad uso del consumatore abitudinario, è piena zeppa di situazioni sfrontate e scabrose; e Zola, Joyce, D’Annunzio, lo stesso Lawrence, portati a siffatti paragoni, farebbero l’effetto di buoni padri calasanziani. Ma non una, di tante pagine imperniate sul sesso, non una sola che s’accenda e fermenti di passione, o soltanto di schietta voluttà. Come in un corto circuito, il piacere brucia i fili dei nervi e li strugge prima d’essere arrivato alla polpa carnale: i baci sono baci di teschi.
(Roma, marzo 1942)

[Emilio Cecchi, Introduzione a Americana. Raccolta di narratori dalle origini ai giorni nostri, a cura di Elio Vittorini, Milano, Bompiani, 1947, pp. XVI-XIX]

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