Chuck Palahniuk: lo scrittore e la realtà

LA SOLITUDINE DELLO SCRITTORE

“Se il tuo mondo narrativo venderà a sufficienza, t’imbarcherai in un tour promozionale. Rilascerai interviste. Ti ritroverai proprio in mezzo alla gente. Un mare di gente. Gente, fino a che della gente non ne potrai più. Fino a che non impazzirai dalla voglia di scappare, di rifugiarti in…
In un altro delizioso mondo narrativo.
E così via. Da soli. Insieme. Da soli. Insieme.
Proprio voi che state leggendo, probabilmente conoscerete questo ciclo. Leggere non è un passatempo da comitiva. Non è come andare a vedere un film o assistere a un concerto. È il margine più solitario dello specchio.

LA NON SOLITUDINE DELLO SCRITTORE

PalahniukLa cosa buffa è che vi stupirebbe scoprire quanto tempo un narratore trascorra con gli altri per creare quella singola voce solitaria. Quel mondo apparentemente isolato.
È difficile definire uno qualsiasi dei miei romanzi una mera ‘invenzione narrativa’.
[…]
Prima di cominciare a scrivere Fight club, facevo volontariato in una casa-famiglia per malati terminali. Il mio compito era quello di accompagnare le persone agli appuntamenti e agli incontri con i gruppi di sostegno nello scantinato di una chiesa, dove ci si sedeva in cerchio raccontandosi a vicenda i sintomi e facendo esercizi new age. Questi incontri erano imbarazzanti perché, per quanto provassi a stare in disparte, davano sempre tutti per scontato che avessi la loro stessa malattia. Non c’era modo per dire con delicatezza che ero lì solo come spettatore, un turista in attesa di riportare nella struttura la persona che mi era stata affidata. Così iniziai a raccontarmi da solo la storia di un tizio che frequentava gruppi di sostegno per malati terminali per consolarsi dell’inutilità della sua vita.
Sotto parecchi punti di vista, queste realtà — gruppi di sostegno, gruppi di recupero in dodici fasi, demolition derby — sono nate con lo scopo di colmare il vuoto lasciato dalla religione organizzata. Una volta andavamo a messa per rivelare gli aspetti peggiori della nostra esistenza, i nostri peccati. Per raccontare le nostre storie. Per farci riconoscere. Per farci perdonare. Per farci redimere, riaccettare nella nostra comunità. Questo rituale era il nostro modo per restare in contatto con gli altri, e per sciogliere l’ansia prima che essa ci allontanasse dall’umanità tanto da essere perduti per sempre.
Fu in luoghi così che trovai le storie più vere. Nei gruppi di sostegno. negli ospedali. Dove c’era gente che non aveva più nulla da perdere, era lì che i racconti erano più veri.


IL MONDO E LE STORIE

“Il mondo è fatto di gente che racconta storie. Pensate al mercato azionario, alla moda. E ogni storia di ampio respiro, ogni romanzo, non è che una combinazione di racconti più brevi.”

I PERSONAGGI

Palahniuk La scimmia pensa, la scimmia faOgni volta che crei un personaggio, guardi il mondo con i suoi occhi, cercando i dettagli che fanno di quella realtà l’unica vera realtà.
Come un avvocato che pronuncia la sua arringa alla corte, diventi il fautore della visione del mondo del tuo personaggio, e vuoi che il lettore le accetti come verità. Vuoi che il lettore prenda una pausa dalla sua vita. Dalla narrazione della sua vita.
È così che creo un personaggio. Mi sforzo di dargli un bagaglio di nozioni e di attitudini che limitino la sua visione del mondo. Una donna delle pulizie vede il mondo come una serie infinita di macchie da eliminare. Una modella vede il mondo come una serie di rivali che cercano di rubarle l’attenzione del pubblico. Uno studente di medicina fallito non vedrà che i nei e gli spasmi che potrebbero essere le avvisaglie di una malattia terminale.”

[Chuck Palahniuk, Realtà e narrazione: una premessa, in La scimmia pensa, la scimmia fa. Quando la realtà supera la fantasia (2004), trad. it. di Giuseppe Iacobaci, Milano, Mondadori, 2006]

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