Assaggi da Silvio D’Arzo. Five easy pieces su scrittori, giovani e letteratura

“Come tutte le cose del mondo, anche questo libro ha una specie di storia. Forse la prima ragione per cui ogni cosa ha diritto sempre ad un po’ di rispetto è proprio quella di avere una storia.
(p. 57)

Niente al mondo è più bello che scrivere. Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa.
Già che ci sono, piuttosto, vorrei augurare a ogni uomo dopo aver fatto tutti i mestieri del mondo, di arrivare un giorno a scrivere un grosso romanzo (bello o no poco importa: affare suo: semplicemente questione di stella): di impiegarci due anni e anche tre o magari anche un bel pezzo di vita. Ma lo dico sul serio: non ho la minima idea di scherzare. Tutti gli uomini fra i trenta e i quaranta non farebbero male a fermarsi un momento: poi guardarsi e guardare anche gli altri e scrivere un grosso romanzo col più gran numero di personaggi possibili. Ne varrebbe la pena.
(p. 58)

D'Arzo Casa d'altri“Ma il curioso era questo. Leggevamo già il vecchio Conrad, il vecchio Melville e Cecof: ci salutavamo alle volte citando una frase di Lord Jim o di Bartleby, e per scrivere una novella alla Cecof avremmo dato ogni cosa e anche più. […] e poi ecco: tutto quello che usciva da noi era questo e nient’altro che questo: una colonna o anche mezza o anche meno, più lucida e fredda del nikel. Dicevamo «provveduto» ed «istanza» («messaggio» venne fuori più tardi) dicevamo «casto» e «remoto» e «lunare», e altre parole perfino più astemie: per lo più, parlavamo di bambini o di sogni o di angeli, o magari di tutti e tre insieme, o di un uomo (per dire) con la testa di cane, […]. Praticamente non fummo mai in grado di far dire due o tre frasi credibili a un uomo, ma quanto a fantasmi e a bambini e cadaveri nessuno in coscienza poté farci il più piccolo appunto. […]
Il bello è che alla fine ci presero anche sul serio. Prima qualche rivista […]. E poi anche qualche giornale. E poi tutti. Perfino una parte dei critici. Ci scambiarono addirittura per giovani: ci chiamarono «i giovani» in blocco: tutto questo è un po’ comico. Qualche innocente vecchietto autorevole, mezza bandiera del tempo che fu, che ci prese, chissà poi perché, benevolmente a proteggere, nel suo assoluto candore non arrivò mai a sospettare che nessuno alle volte sa più esser vecchio di un giovane. Che noi eravamo, a dir poco, due o tre volte più vecchi di lui. E questo poi non è più nemmeno comico.
(pp. 60-1)

La letteratura è il più complicato dei mali: non c’è cura che valga per lei: e i giovani letterati alle volte le più offensive creature del mondo. Mi convinco ogni giorno di più che per poter sopportarli occorrono buone riserve di spirito, come a loro, del resto, per sopportare quella specie di rispetto-disprezzo che li accompagnerà fino alla fine dei secoli. Chissà poi perché. Il mondo è strano.
Nella loro fondamentale ingenuità sono spesso portati a pensare che il mondo sia fatto per loro, non loro per lui […].”
(pp. 62-3)

“Se non altro, la guerra ci avrebbe dato ben altre emozioni. Bene. Avremmo messo nei libri anche quella. Anche l’epica (e nemmeno la luna era forse più lontana da noi). Come tutti gli uomini di mezza cultura, eravamo piuttosto egoisti, e calcolatori, e un po’ vili. Amministratori perfetti del nostro piccolo pezzo di terra.
(pp. 63-4)

[Silvio D’Arzo, Prefazione a «Nostro lunedì» (1960), in Casa d’altri e altri racconti, Torino, Einaudi, 2007 (I edizione, 1980)]

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3 comments

  1. L’ha ribloggato su bibolottymomentse ha commentato:
    “La letteratura è il più complicato dei mali: non c’è cura che valga per lei: e i giovani letterati alle volte le più offensive creature del mondo. Mi convinco ogni giorno di più che per poter sopportarli occorrono buone riserve di spirito, come a loro, del resto, per sopportare quella specie di rispetto-disprezzo che li accompagnerà fino alla fine dei secoli”.

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