“Undici sogni neri” di Manuela Draeger (Antoine Volodine)

Manuela Draeger non è una scrittrice. Manuela Draeger è Antoine Volodine.
Volodine è uno pseudonimo di un uomo che non conosciamo, e che firma i suoi libri usando anche tre eteronimi — Elli Kronauer, Manuela Draeger e Lutz Bassmann — che potrebbero essere di più ma non tutto può esserci chiaro.
La centralità di Volodine è confermata dalla pubblicazione di Le post-exotisme en dix leçons, leçon onze (1998), una sorta di manifesto letterario di un collettivo di scrittori di cui fanno parte Elli Kronauer, Manuela Draeger e Lutz Bassmann. Il post-esotismo è “una letteratura partita dall’altrove e diretta verso l’altrove, una letteratura straniera che accoglie molteplici tendenze e correnti, di cui la maggior parte rifiuta l’avanguardismo sterile” (Le post-exotisme en dix leçons, leçon onze, citato da Andrea Inglese su «Nazione Indiana», 6 aprile 2009).
Dunque, per riassumere, Elli Kronauer, Manuela Draeger e Lutz Bassmann sono gli eteronimi di Antoine Volodine che a sua volta è lo pseudonimo di qualcuno: agli eteronimi, al contrario degli pseudonimi, non corrisponde nessuna entità fisica.
Di Manuela Draeger ci dice lo stesso Volodine che si tratta non di un personaggio virtuale ma di una voce di un collettivo immaginario di scrittori immaginari, imprigionati. Non a caso imprigionati. Volodine rappresenta scrittori che a loro volta sono e rappresentano gli esclusi, ossia i prigionieri, ma anche i pazzi e i morti, e sceglie di utilizzare una lingua transnazionale, slegata dai limiti del contesto francese — un francese da traduzione per una letteratura straniera in francese —, questo perché egli si fa portatore di una cultura eversiva e lo fa attraverso un gruppo di scrittori-sciamani. Tutto ciò ce lo comunica in una conferenza del 2001:

“Elle véhicule leur culture subversive, cosmopolite et marginale, une culture de rêveurs et de combattants politiques qui ont perdu toutes leurs batailles et qui ont encore le courage de parler, alors qu’ils ont aussi perdu la bataille contre le silence. C’est pourquoi ici je ne suis pas ambassadeur de la langue française. Je suis seulement ambassadeur de mes personnages”. (Contributo apparso, col titolo Écrire en français une littérature étrangère, in «Chaoïd», n° 6, automne-hiver 2002).

Volodine Undici sogni neriLa Draeger pubblica il suo primo libro nel 2002. Undici sogni neri è del 2010.
Inizia con un rogo. Imayo Özbeg brucia insieme ad altri giovanissimi durante la festa dell’Orgoglio Bolscevico (o Bolscio Pride). Hanno tentato un’azione terroristica e si ritrovano in un rogo. Tra le fiamme ricordano. Luoghi e tempo sono indefiniti. Ricordi di vite da prigionieri, rifugiati, ghettizzati, stigmatizzati, ci accompagnano tra le rovine di un futuro novecentesco, con una dittatura repressiva e una minoranza che sopravvive in attesa della rivoluzione mondiale. Poi c’è Nonna Holgold, uno dei capi delle cellule segrete del Partito, che a quei giovani organizzava clandestinità e moti insurrezionali, ed a loro ha raccontato storie surreali, lugubri, con un certo “umorismo della catastrofe”, depositarie di un senso oscuro e finalizzate a fornire modelli da seguire nelle avversità.
Undici sogni neri è una distopia cupa, un incubo infantile in cui si rimane invischiati, dapprima spaesati, poi perduti, finché la fine ritorna all’inizio, e si scopre che uscirne deve essere un atto di costrizione liberatorio. Appena fuori, con un futuro terrificante lasciato alle spalle, ci restano la tristezza e lo stupore per quanto viene così descritto:

“Ricordo i libri che leggevamo, le storie che gli adulti ci raccontavano. La nostra cultura era piuttosto eclettica, ma in molti casi rifletteva la realtà della nostra vita quotidiana. Dopo un breve tragitto in un mondo onirico tornavamo rapidamente nei territori che conoscevamo da sempre: una fratellanza egualitaria eternamente mutilata, uno scenario di ceneri, sbarre e segregazioni, un cielo pesante, un’atmosfera di sconfitta senza appello, e poi l’irruzione fatale delle fiamme”
(pp. 17-8).

Manuela Draeger (Antoine Volodine)
Undici sogni neri (2010)
traduzione di Federica Di Lella
Firenze, Clichy, 2013
pp. 206

(Articolo di Antonio Russo De Vivo pubblicato su «Il Pickwick» l’11 gennaio 2014)

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