La Bomba Voyeur di Alfredo Zucchi: il Libro e la Letteratura

Rileggo La Bomba Voyeur (Rogas, 2018) di Alfredo Zucchi come è dovuto ai libri per iniziati – e questo è un libro per iniziati della Letteratura –, e ogni volta scopro e scavo e mi perdo e ritorno, ci ripenso. Ogni passo stringe a fermare l’occhio che vorrebbe correre, perché ogni passo è pieno, è necessario: ogni passo parla e canta, spesso danza.

Ci sono libri enormi che non tutti possono leggere, capire, onorare, fra tutti questo. Se così non fosse, non saremmo nel contesto letterario italiano del 2018, ma in quello in cui i Vittorini e i Calvino capivano e sceglievano, in cui vigeva un rispetto maggiore, aristocratico anche, per la Letteratura – quella stessa Letteratura che oggi si rifugge e anche si deride perché soprattutto non rende ergo non serve, quella stessa Letteratura che in Germania, ad esempio, si diletta con le quasi 10 mila copie vendute in un anno dalla traduzione dell’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo [Horcynus Orca: sic!].
Mi compiaccio di essere tra quelli che per primi hanno letto uno dei romanzi italiani più importanti degli ultimi anni – come non si dice ancora, come si dirà.

Ecco cosa vi propongo, di questo capolavoro che è La Bomba Voyeur.
L’Indio, il cileno esule dalla patria e dalla dittatura parla a Nessuno, l’altro esule (una delle tante storie, dei tanti motivi, dei diversi linguaggi e toni che attraversano il libro; un libro molteplice e inafferrabile tanta e tale è la materia che vi si smuove). L’Europa l’ha accolto, con calore, ma anche per altro («Mi hanno chiamato eroe, e a quel punto ho capito: io ero la loro fantasia, la vostra fantasia – ciò che voi avreste ancora voluto poter essere, il vostro rimpianto», pp. 81-2), sicché pensa al ritorno, ma poi no, non c’è possibilità di ritorno, di chiusura del cerchio.
E qui Zucchi Scrittore rappresenta l’avvenuta maturazione di Nessuno a distanza di anni (arte di pochi è quella di muovere i personaggi), a distanza da quel confronto con l’esule, in poche illuminanti battute intrise di pensiero (arte di pochi è quella di esprimere pensiero in un romanzo, in una storia) e degli scarti della nostalgia di cui è intriso l’episodio dell’esule cileno:

Io invece penso che la perfezione della fuga non è l’esilio ma il ritorno. Che se il cerchio non si chiude non è cerchio, e se proprio è cerchio non è che possa propriamente chiudersi, ma rivenire su se stesso parlandosi addosso. E parlandosi addosso innescare quello sclero circolare – quell’implosione della cosa umana risultante in una poltiglia grigia (come dice il poeta: la mort qui fera s’épanouir les fleurs de ton cerveau).
Mi vergogno mentre mi vedo infiammare alle parole dell’indio – quando ripenso a quanto abbiano influito sulle mie mosse successive, rimanendo sullo sfondo come un fondamento. Quella voce sudaca come l’idolo della purezza. Rivedo la mia stessa fuga come un allontanamento ulteriore dal nodo, un mero scudo per alleggerire il peso del pensiero ossessivo (il pensiero stesso come macchina da guerra, il brivido di potenza, il potere).
[p. 83]

Antonio Russo De Vivo © 2018

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4 comments

      1. Letto e mi è piaciuto davvero molto. Il primo capitolo mi ha ricordato Petri: quell’atmosfera drammatica ma grottesca, luci e ombre nette, espressioni da teatro delle marionette; ci ho visto anche tanto Pasolini, soprattutto per il brusio di voci di sottofondo: Frazer, Girard, il tragico greco.
        E il fatto che l’autore, nonostante questi richiami, rimanga ben distinguibile, che non sia uno scimmiottare i grandi, penso sia cosa ancora più rara da trovare oggi.
        Dispiace, sul serio, che Petri sia morto e che non possa farne pellicola.

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