Show, don’t tell

Un monito si è diffuso, negli ultimi anni, tra gli aspiranti scrittori: “Show, don’t tell”. Non c’è scuola di scrittura creativa in cui non si oda, ex cathedra, la formula delle formule: “Show, don’t tell”. Editor più o meno carveriani, più o meno liberticidi, più o meno pronti a intervenire sul testo con le cesoie e con il loro celeberrimo “terzo occhio” (il famoso occhio esterno, super partes, e cioè l’occhio che trascende le passioni soggettive dello scrittore), tutti a un certo punto pronunciano con intransigenza e austerità e pedanteria e severità e altri sovrumani sentimenti professorali “La Regola” delle regole del giusto scrivere: “Show, don’t tell”.

Il senso è semplice e di immediata comprensione: mostra, non dire.

Un limite di molti scrittori è proprio quello di dire o spiegare troppo, di credere che al lettore vada dato tutto. Le conseguenze di un tale approccio sono la diminuzione della curiosità del lettore, il venir meno della componente seducente della scrittura: la seduzione, insegnava Jean Baudrillard (De la séduction, 1979), è un processo che avviene per sottrazione, che trae forza dall’omissione di elementi, di segni, dal celare qualcosa.

Lo sceneggiatore Robert McKee, parlando del rapporto tra testo e sottotesto, dice che quando manca il sottotesto qualcosa non va. Dice che “così deve andare la narrazione: lo sceneggiatore deve coprire la verità sotto una maschera viva, nascondere i pensieri e le emozioni reali dei personaggi dietro a ciò che essi dicono e fanno” (Story. Contenuti, scrittura, stile, principi per la sceneggiatura e per l’arte di scrivere storie, 1997, traduzione di Paolo Restuccia, Omero, 2010). Non lo dice ma la regola è la stessa: “Show, don’t tell”.

Poi però ci sono la storia della letteratura e la difficoltà di piegare una forma d’arte a regole rigide. Ci sono scrittori che dicono tanto e lo fanno con eccellenti risultati; non tutte le scritture, non tutti gli “stili” traggono giovamento dall’applicazione rigida e sistematica della regola dello “Show, don’t tell”.
Questa regola elevata a legge, forse, andrebbe ridimensionata, di certo applicata caso per caso, nel rispetto di scrittori e obiettivi diversi.
Show, don’t tell” non sia un monito, ma un consiglio; che sia pure rivolto a molti, ma non a tutti.

Una curiosità.
Lo scrittore Andrea Canobbio, interrogato sulla formula “Show, don’t tell”, dopo aver confermato il noto significato “mostrare, non raccontare”, ne riporta uno opposto:

[…] ho dato un’occhiata ai siti universitari americani delle scuole di scrittura e ho scoperto che lì la intendono in modo piuttosto diverso. Showing significa arricchire la narrazione di dettagli tanto da renderla più «viva», telling è la narrazione più asciutta possibile.

[AA. VV., FAQ. Domande e risposte sulla narrazione, a cura della redazione Holden Maps, Scuola Holden-Bur, 2004, p. 213.]

Antonio Russo De Vivo © 2018

Immagine tratta da Luigi Serafini, Codex Seraphinianus.

Altri articoli sulla scrittura sono in questa lista.

 

Annunci

2 comments

    1. Non arrischierei una tale opposizione. Ci sono momenti descrittivi necessari alla narrazione, e autori, come Stendhal, che senza ne uscirebbero sviliti. Il riferimento è proprio alla “spiegazione”, al dire tutto e più di tutto, perdendo la bellezza del sottotesto, del non detto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...