Sull’esistenza vera o presunta del “romanzo italiano standard”

C’è un capitolo di quel diario fantastico – nel senso di appartenente al macrogenere fantastico – che è Il libro nero (1951; Vallecchi, 1957) – sequel di GOG (1931) –, intitolato Opificio del romanzo, che per ragioni presto chiarite è giusto ricordare.
Mr. Gog, alter ego di Giovanni Papini, racconta la sua visita all’officina della Novel’s Company Ltd., società di cui è azionista. Al secondo capoverso ci viene descritta la società e leggendo il passo si sorride:

Fra tutti i prodotti di carta stampata, che vengono offerti al pubblico, il romanzo è quello più richiesto e quello più largamente vendibile, sì ch’è nata, nel cervello di un mio giovane amico, l’idea di farne una vera e propria industria per offrire ai consumatori, in grande quantità, un materiale standard. La fantasia al servizio del bisogno d’evasione: questa è la facile formula della Novel’s Company Ltd. Il romanzo – ch’è divenuto un oggetto di giornaliero consumo e, per molti, di prima necessità – non poteva esser lasciato alla vecchia produzione individuale e artigiana, all’iniziativa privata.
[p. 67.]

Si sorride perché Papini immagina una situazione che corrisponde alla paura contemporanea di parte dei critici e autori italiani – non per forza la parte giusta: la vera o presunta standardizzazione della forma romanzo per ragioni unicamente commerciali, unita alla vera o presunta standardizzazione del linguaggio (causa esigenze editoriali; per mano di editor) di cui in questi giorni Davide Brullo ha scritto con acutezza e ironia e vis polemica su Linkiesta, unita a una vera o presunta sempre maggiore diffidenza rispetto a quelle opere che si propongono come “letteratura alta” (in contrapposizione a una “letteratura bassa”: quei generi, in verità, da tempo “riabilitati”) – non per forza lo sono –, unita alle vere o presunte difficoltà commerciali del vero o presunto romanzo d’autore – italiano, che in Italia gli autori stranieri continuano a godere di fortuna (non per forza non lo meritano) –, unita a una sempre maggiore diffidenza rispetto ai maggiori premi letterari italiani, unita insomma a una serie di cose che convergono in un’idea presumibilmente discutibile nel senso di discusso come inverabile oppure no: oggi chi aspira a fare letteratura e cioè chi crede alla scrittura come forma d’arte e cioè chi scrive senza pensare troppo alle esigenze e ai limiti veri o presunti del lettore medio e cioè l’esemplare di autore/sognatore deluso/illuso/pretenzioso/presuntuoso a seconda delle vere o presunte potenzialità, si ritiene a ragion veduta o cieca un marginale e sa a ragion veduta o cieca che oggi e da diversi anni il mercato italiano premia lo scrittore italiano capace di produrre opere mainstream nei generi oggi mainstream – non per forza mainstream equivale a scarsa qualità – come ad esempio il noir o il rosa strappati alle pur fortunate nicchie giallo/harmony da edicola.

Il presupposto pericolante è che esistano, oggi, in Italia, opere letterarie “straordinarie” rifiutate o svalutate dal mercato del libro italiano, o “autori straordinari” rifiutati o svalutati dal mercato del libro italiano che in futuro saranno letti e studiati come classici. Non abbiamo certezze a riguardo, anche perché le eccezioni in quanto eccezioni non offrono certezze a riguardo. Ma è pure possibile immaginare che l’assenza di certezze sia il prodotto del contesto e che la grande editoria non osi perché non è utile e presumibilmente in un certo senso neppure giusto osare (lasciando spesso osare alla piccola editoria): è vero, come immagina Papini, che la domanda ha finito per condizionare totalmente o quasi l’offerta, ed è vero, come ci par di vedere, che l’offerta non vuole troppo osare per non rischiare di perdere la domanda. Ma è vero anche che parliamo di un particolare settore dell’industria che cortocircuita con il concetto di “cultura”: il libro è un oggetto o un Libro?

Antonio Russo De Vivo © 2018

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