Lo stile. La lezione di Tommi Musturi, fumettista

Le cose della letteratura non sono solo nel campo della letteratura. Oltrepassare il campo della letteratura e esplorare altri campi permette un ritorno al campo della letteratura con qualcosa o molto in più. Così non deve sorprendere che si possano dire cose sullo stile in letteratura riprendendo cose sullo stile nell’arte in generale e nel fumetto in particolare. Si consiglia di leggere e meditare il testo di Tommi Musturi (1975), fumettista finlandese, dal titolo La prigione dello stile [e un piano per evadere]. Riflessioni sullo stile e sul suo significato, contenuto in Cosmografie. Racconti scelti (traduzione di Irene Sorrentino, Fortepressa, 2018).Musturi dice subito quel che c’è di male nello stile:

Lo stile è qualcosa di riconoscibile, identificabile, permanente, immutabile, statico e ponderato. È paura, paura di cambiare, di perdere, di essere diversi.
Lo stile s’appiccica e il suo autore si riconosce già a miglia di distanza. L’autore sa cosa fa e come lo fa e chi ne è il destinatario, dal canto suo, ottiene quel che si aspetta.
[Cosmografie, p. 117.]

Tutto ciò, nella scrittura, lo tradurremmo in “voce”, e cioè quanto attiene il “come” un autore scrive, che poi è anche lo “stile”. Non a caso la linguista Francesca Serafini si sofferma proprio sulla quasi uguaglianza tra voce e stile:

Lo stile e la voce per certi versi sono la stessa cosa. Uno scrittore che ha stile è uno che rende riconoscibile la propria voce. Si può anche dire però che – seppure apparentati – stile e voce siano riconducibili ad ambiti diversi. Ho l’impressione infatti che lo stile si presti di più all’aggressione degli studiosi. Può essere isolato, catalogato, vivisezionato. Ha a che fare con la ragione, laddove la sua sorella voce ha a che fare con l’istinto. La voce è chiamata in causa dai «lettori di pancia» (come li chiamerebbero alcuni), quelli che non danno peso all’indiretto libero o alla narrazione in terza persona (pur godendone dei benefici) e invece si concentrano di più sulle emozioni che quel tipo di voce (che è fatta ovviamente di indiretti liberi o di tutti gli altri elementi di cui si compone, per l’appunto, uno stile) ha trasmesso loro durante la lettura.
[AA. VV., FAQ Domande e risposte sulla narrazione, a cura della redazione Holden Maps, Milano, Scuola Holden BUR Rizzoli, 2004, pp. 201-02.]

Musturi a ragione identifica il rischio di avere uno stile: il riconoscibile che si fa statico.
Mi vengono in mente due esempi.
Affrontato anni fa Aldo Nove, provai piacere alla lettura del racconto Il mondo dell’amore presente nell’antologia Gioventù cannibale (Einaudi, 1996) e della raccolta di racconti con cui esordì nel 1996 nella versione Einaudi del 1998 (Superwoobinda). Quando lessi i successivi romanzi Puerto Plata Market (Einaudi, 1997) e Amore mio infinito (Einaudi, 2000) fui soggetto a un senso di saturazione. Lo stile sempre uguale, la voce sempre uguale, il suono sempre uguale mi divennero subito insopportabili.
Un analogo senso di saturazione lo provai all’ascolto di Hail to the Thief (2003) dei Radiohead, band fino allora – e cioè fino a Kid A (2000) e Amnesiac (2001) – da me adorata. Lo stile dei Radiohead, dopo essere cambiato e evoluto fino a Kid A, non mi ha dato più niente di nuovo e per me i Radiohead si sono fermati nel 2000 pur non essendo finiti.
L’autore che trova il proprio stile diventa banale” (Cosmografie, p. 118), dice Musturi. Lo stile, di fatto, rende riconoscibili e identificabili, e quanto può annoiare chi si ferma alla soglia della prevedibilità?
Il mercato dell’arte investe proprio sullo stile:

Al sistema capitalistico piace l’autore e piace il suo stile, ma soprattutto piace il pubblico perché è questo a stimolare il profitto. Il sistema sponsorizza l’autore, ma più di ogni altra cosa pubblicizza il suo stile.
[ibid.]

Musturi estremizza il concetto affermando che il nuovo, i cambiamenti, disturbano il business. Il pubblico è entità targettizzata, e questa entità, in un’ottica di mercato, sa cosa si aspetta da qualcosa e non è disposta ad accettare, da quel qualcosa, eccessivi cambiamenti: “e davanti al calore del focolare si mettono comodi tanto l’autore tanto il destinatario” (ibid.).
È proprio questa la “prigione dello stile”: autore e pubblico si fermano uniti in un rapporto stabile e rassicurante per entrambi. Ma non sono le idee e le novità e la diversità a far crescere e avanzare? A chi serve questa prigione? Al mercato perché “l’economia di mercato ama i prodotti facilmente riconoscibili e vendibili” (id., p. 119), ma anche all’autore che ha interesse a fare business.

L’alternativa proposta da Musturi tradisce le nostre aspettative. Ci si aspetterebbe a questo punto il classico inno avanguardistico alla libertà artistica contro il pubblico, e invece ci viene proposto un elogio del limite e imposto un legame ineludibile con il destinatario.
Il messaggio viene prima di tutto, il linguaggio artistico è finalizzato a veicolare un messaggio e un messaggio presuppone un destinatario.

La libertà di agire spesso nasce dalla consapevolezza di uno stile e dei vincoli che lo definiscono. L’autore può auto crearsi dei limiti e muoversi al loro interno ed è mediante i vincoli che l’autore ha la possibilità di perfezionare e di orientare la trasmissione del proprio messaggio. L’attività lavorativa è alleggerita dalla cognizione del fatto che l’autore possa, in qualsiasi momento, cambiare le regole del gioco.
[id., p. 121.]

Musturi allo stile statico contrappone una via dinamica, una via che autore e pubblico devono compiere insieme:

Per riuscire a comunicare le proprie idee a grandi gruppi di persone, a un autore conviene scegliere uno stile che sia familiare per il destinatario, andando subdolamente a sfruttare i mezzi capitalistici a proprio vantaggio. Ciò non significa scendere a compromessi: muovendosi entro dei confini la libertà si preserva meglio di prima, perché la limitazione è compiuta in base al contenuto. Quando un destinatario è invitato ad accostarsi a un’opera, l’autore può parlargli degli argomenti più complessi e spesso il destinatario è pronto a riceverli. Sebbene la nostra epoca sembri incoraggiare stupidità e mediocrità, l’essere umano quando vuole sa essere sorprendentemente ricettivo.
Nel migliore dei casi, il destinatario apprende qualcosa di nuovo e dopo ciò, trascorso il divertimento iniziale, dovrebbe essere in grado di accogliere contenuti che richiedono propria capacità critica. Il viaggio verso la ricerca di un pubblico nuovo per un autore è molto lungo e richiede sia di acquisire contenuti sia d’imparare a esprimerli. E dopo, di trovare canali per rendere pubblico il proprio lavoro. L’idea che un lavoro fatto bene parli da solo è nel nostro tempo purtroppo sbagliata.
[ibid.]

Il ragionamento ha del pragmatico soprattutto nella chiusura: la necessità di ricercare/avvicinare il pubblico, l’inutilità di fermarsi alla creazione, all’opera.
Il fine non è l’arte in sé, ma il destinatario. Il concetto di stile proposto da Musturi non è funzionale al mercato, ma al destinatario. Il processo creativo è accentrato dal messaggio. Sembra, per l’artista, una nuova prigione la cui chiave è affidata al destinatario, e invece dobbiamo immaginare un luogo e una comunità che si propongono costantemente di espandere i propri confini, di spostarli spostandosi, di ridefinire di volta in volta limiti e regole non in vista di un punto finale ideale ma del cambiamento e del movimento.

Lo stile del lavoro nasce da una serie di fattori e ha raramente qualcosa a che fare con quello che a te piace. Molto spesso l’autore è chiamato a sfidare se stesso. Deve fare qualcosa che sembra sgradevole, deve sacrificare la stilosità, la bellezza e il consenso generale. Deve disegnare cose difficili. Deve rompere qualcosa. Deve sottoporsi a una costante introspezione. Così facendo, al posto dell’ego di artista o di fantoccio emergerà un’identità unica e propria. L’io dell’autore non è uno stile fermo alla superficie, ma è proprio il contenuto a definirne l’identità. Cosa voglio dire? Cosa sono io?
[…]
Lo scopo di tutto è comunicare. L’autore deve pensare a cosa desidera dire e a come poterlo comunicare al meglio al destinatario.
[id., p. 122.]

Nonostante il destinatario sia il fine, Musturi non propone un rapporto autore-destinatario sbilanciato verso il secondo ma sempre verso il primo: ricorrendo alla metafora del ballo, l’autore guida e il destinatario deve lasciarsi condurre.

Analizzato l’articolato testo del fumettista islandese, si può tornare alla
letteratura con qualche certezza in più: si scrive per il pubblico ma la scrittura non va calibrata sulle solide certezze del pubblico; il pubblico non deve essere l’alibi per la produzione di opere letterarie omologate, ma non è immaginabile un’opera letteraria che non voglia comunicare con un pubblico.
Chi scrive non deve lavorare per raggiungere un suo stile, ma deve lavorare per ricercare perché la scrittura è una ricerca che non può esaurirsi e poi manifestarsi nella ripetizione di un risultato ritenuto adeguato una volta per tutte.
Una volta consci di non potersi più muovere, gli scrittori dovrebbero smettere.

Antonio Russo De Vivo © 2018

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