Articoli, recensioni et similia

Il 10 e l’11: il calcio veloce di Marco Marsullo e quello ragionato di Fabrizio Gabrielli

C’è questo racconto di Davide Enia, La corsa senza fine del numero 8 si chiama, che sta proprio in mezzo a Sforbiciate. Storie di pallone ma anche no (Piano B, 2012) di Fabrizio Gabrielli (gran libro!), in cui si disquisisce di numeri. Enia parla degli altri tempi, quelli della Fiat 500 e 127, del PC e del 13 al totocalcio, e ne parla solo per spiegarci i numeri di maglia. “A quei tempi non si era un cognome su una maglietta griffata. A quei tempi si era un numero. E il numero aveva un compito”, è questo che lui vuole dire in tutto il racconto, attraverso i numeri: c’era un’altra visione del mondo, allora, più semplice, e con determinate certezze.

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“L’impero familiare delle tenebre future”: intervista con Andrea Gentile

L’impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore, 2012) è un’opera prima in cui un papa muore in diretta TV e una ragazza intraprende una disperata/disperante ricerca della madre e nel mezzo non accadono tante cose. È un viaggio infernale in cui corpo e mente vengono portati ai limiti.

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“CosmoZ” ovvero dei mostri del Novecento

C’è quel momento in cui la favola inizia, “c’era una volta”, e tutti lo viviamo con trepidazione perché cosa possa esserci stato, quella volta, non lo sappiamo, la fantasia del narratore è uguale a infinito, e una tale illimitatezza non può che generare un misto tra attesa e timore.

 

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“That’s (im)possible” di Cristò. Le cose impossibili accadono continuamente

Bruno Marinetti inventa un format televisivo in apparenza folle: That’s (im)possible, una lotteria in cui occorre indovinare un numero intero qualsiasi, da uno a infinito. Il programma parte da un network locale, Cart TV, per poi conseguire un successo planetario. Un autore americano, Greg Butler, sa che il format è quantomeno discutibile ma allo stesso tempo sa di doverlo accettarlo così com’è:

“Una cosa teoricamente tutta sbagliata che aveva un grande successo e che solo un italiano poteva immaginare. Il collegamento più immediato era la torre di Pisa, un monumento che noi americani avremmo buttato giù immediatamente non prima di aver licenziato l’architetto” (p. 26).

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La disfatta, in perfetta solitudine

Simone Ghelli è nato nel 1975. Lo stesso anno, negli Stati Uniti, si è registrato il più basso tasso di natalità dopo la Seconda Guerra Mondiale. Anche in Italia. “Cosa promette di proiettare sui nostri tempi una stagione così grama, allorché i suoi figli saranno ufficialmente investiti del titolo di ‘adulti’?” si chiedeva il giornalista Stefano Pistolini in Gli sprecati. I turbamenti della nuova gioventù (Milano, Feltrinelli, 1995), saggio sulla generazione nata tra fine anni ’60 e fine ’70, quella che viene dopo tutto: boom, guerre, ideologie. Simone Ghelli, nel 2012, investito da qualche anno del titolo di “adulto”, proietta sui nostri tempi l’esperienza sua e della sua generazione attraverso un romanzo breve, Voi, onesti farabutti (edizione CaratteriMobili). Esso si pone come rovesciamento di quel paradigma fortunato quanto già inattuale, argomentato da Antonio Scurati, che è “la letteratura dell’inesperienza”:

 

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Homo homini stupidus. La stupidità ai tempi dei social network

La folla è saggia o stupida? se l’è chiesto Matteo Motterlini, in un articolo su «Il Sole 24 Ore» del 26 giugno 2011, prendendo in esame l’effetto «saggezza della folla» nel contesto dei social network. Motterlini espone i risultati di un recente esperimento in cui si dimostra che un individuo inserito in un gruppo, postogli una domanda e messo a conoscenza delle risposte degli altri, tende a rispondere conformandosi, e questo anche se la risposta del gruppo è del tutto erronea. L’influenza sociale è dunque negativa e la folla è stupida.
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