Articoli, recensioni et similia

Il lettore di Finnegans Wake

Si narra che un tempo, in Italia, un lettore forte ma meno forte di quanto credesse si accinse a leggere la traduzione incompleta di Finnegans Wake di Joyce ignaro che fosse incompleta sicché, giunto alla fine che non era la fine, incapace di comprendere il disordine e l’incompletezza delle cose, abbandonò se stesso al fiume della vita. (altro…)

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Glossario imperfetto dei generi letterari

AUTOFICTION: il termine è stato coniato nel 1977 dallo scrittore francese Serge Doubrovsky in riferimento a un genere narrativo in cui l’autore stesso è protagonista, a prescindere dalla veridicità o finzione dei fatti narrati.

DISTOPIA: il termine nasce in contrapposizione a utopia (società o comunità politica o religiosa ideale; modello). La distopia è una società o comunità ipotetica e immaginaria (per lo più futura, da qui l’uso del termine per indicare una ramificazione della fantascienza oggi molto feconda) in cui emergono cortocircuiti, paradossi, problematiche sociali, politiche e tecnologiche fino a forzare una visione catastrofica o apocalittica della stessa. (altro…)

Perché è difficile parlare male di un libro

Secondo una scuola di pensiero che pare assai buona e giusta, di un libro non si dovrebbe parlare mai male. Ma questa non è la mia scuola. Secondo la mia scuola di pensiero che pare cattiva e invece è proprio il contrario, e di quella buona è anche più buona, si deve parlare male dei libri perché ci sono cose che ci piacciono e cose che no, ci sono cose ottime o semplicemente buone o, ahimè, mediocri, ed esercitare la propria libertà di opinione negativa sui libri – ma intendo opinione negativa in una modalità positiva, cioè sincera e non condizionata – alimenta il più importante circuito virtuoso in campo artistico: quello delle differenze, cioè quello che permette di distinguere il più bravo dal meno bravo, chi ha talento da chi non lo ha, il libro da lodare da quello che invece no, di lodi non ne merita. (altro…)

Il 10 e l’11: il calcio veloce di Marco Marsullo e quello ragionato di Fabrizio Gabrielli

C’è questo racconto di Davide Enia, La corsa senza fine del numero 8 si chiama, che sta proprio in mezzo a Sforbiciate. Storie di pallone ma anche no (Piano B, 2012) di Fabrizio Gabrielli (gran libro!), in cui si disquisisce di numeri. Enia parla degli altri tempi, quelli della Fiat 500 e 127, del PC e del 13 al totocalcio, e ne parla solo per spiegarci i numeri di maglia. “A quei tempi non si era un cognome su una maglietta griffata. A quei tempi si era un numero. E il numero aveva un compito”, è questo che lui vuole dire in tutto il racconto, attraverso i numeri: c’era un’altra visione del mondo, allora, più semplice, e con determinate certezze.

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“L’impero familiare delle tenebre future”: intervista con Andrea Gentile

L’impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore, 2012) è un’opera prima in cui un papa muore in diretta TV e una ragazza intraprende una disperata/disperante ricerca della madre e nel mezzo non accadono tante cose. È un viaggio infernale in cui corpo e mente vengono portati ai limiti.

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“CosmoZ” ovvero dei mostri del Novecento

C’è quel momento in cui la favola inizia, “c’era una volta”, e tutti lo viviamo con trepidazione perché cosa possa esserci stato, quella volta, non lo sappiamo, la fantasia del narratore è uguale a infinito, e una tale illimitatezza non può che generare un misto tra attesa e timore.

 

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“That’s (im)possible” di Cristò. Le cose impossibili accadono continuamente

Bruno Marinetti inventa un format televisivo in apparenza folle: That’s (im)possible, una lotteria in cui occorre indovinare un numero intero qualsiasi, da uno a infinito. Il programma parte da un network locale, Cart TV, per poi conseguire un successo planetario. Un autore americano, Greg Butler, sa che il format è quantomeno discutibile ma allo stesso tempo sa di doverlo accettarlo così com’è:

“Una cosa teoricamente tutta sbagliata che aveva un grande successo e che solo un italiano poteva immaginare. Il collegamento più immediato era la torre di Pisa, un monumento che noi americani avremmo buttato giù immediatamente non prima di aver licenziato l’architetto” (p. 26).

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