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Borges e la pagina perfetta

Lo stato indigente delle nostre lettere, la loro incapacità di attrarre, hanno dato luogo a una superstizione dello stile, a una distratta lettura di attenzioni parziali. Coloro che sono affetti da tale superstizione intendono per stile non l’efficacia o l’inefficacia di una pagina, bensì le abilità apparenti dello scrittore: i suoi paragoni, la sua acustica, gli episodi della sua punteggiatura e della sua sintassi. Sono indifferenti alla propria convinzione o alla propria emozione: cercano tecnicismi (la parola è di Miguel de Unamuno) che li informeranno se lo scritto ha il diritto o no di essere loro gradito. Hanno sentito dire che l’aggettivazione non deve essere banale e opineranno che è scritta male una pagina se non ci sono sorprese nella giuntura di aggettivi con sostantivi, anche se il suo scopo generale è raggiunto. Hanno sentito dire che la concisione è una virtù e considerano conciso chi si dilunga in dieci frasi brevi e non chi sa guidarne una lunga. […]
Cioè, costoro non badano all’efficacia del meccanismo, ma alla disposizione delle sue parti. (altro…)