CrapulaClub

A pietre rovesciate. Dall’epica alla favola nera

Mauro Tetti inizia dalla creazione, dal Verbo e dalla musica, e il suo romanzo, A pietre rovesciate, è un mondo che si consuma in nemmeno cento pagine. Strana impresa in tempi di frammenti e di ‘ombelichismi’, di scritture – tante – ibride, di generi (thriller, noir, horror, ecc.) recuperati e innalzati in blocco a grande Letteratura, passando dallo snobismo alla celebrazione enfatica (si pensi all’incoronazione del re King Stephen da onesto mestierante a Genio, laddove il giusto mezzo non sarebbe disprezzabile). Nel solito contesto confuso dei confusi tempi di postmodernismo o post-postmodernismo (sia libera, qui, la scelta), questo piccolo romanzo di una casa editrice che non è tra le grandi, la Tunué, rappresenta un ritorno alla ‘narrazione’ del tipo di Benjamin Walter, ossia quale ripresa di un afflato epico, di un certo sentore di oralità e di una ancestrale saggezza. Nel suo piccolo è chiaro che l’opera non può mantenere totalmente fede alle sue intenzioni e che l’autore, Mauro Tetti, è al principio del suo percorso, peccando come spesso i prìncipi: c’è qualche ingenuità, c’è uno stile a tratti indeciso e frenato dai consueti giovanilismi di tanta scrittura giovane, soprattutto ci mette tanto, troppo, per afferrare il lettore e stringerlo alla lettura.
(altro…)

Annunci

Antoine Volodine: il ritorno della ‘narrazione’ e lo scrittore molteplice

Antoine Volodine con Angeli minori (1999) ci costringe a un vertiginoso doppio salto a ritroso: l’opera non è un romanzo, ma una raccolta di 49 narrat, dunque un ritorno alla «narrazione»; l’opera, per contenuti, è costruzione di immaginario di un mondo altro, cosa che crea fascinazione e spaesamento in noi, generazioni dell’inesperienza, che troppo abbiamo visto e vediamo attraverso gli schermi.
(altro…)

Franz Krauspenhaar ovvero della nostalgia

Un uomo sente puzza di morte – causa infarto – e la sua percezione del tempo muta (“ma tutto scorre attorno a me. Tutto fluisce e rientra, continuamente, e io ho cinquanta anni ma anche trentasei e anche cinque, e questo pensiero mi fa venire i brividi”, pp. 78-9), si fa velocità (“la velocità è una delle cose migliori della vita, è un trionfo sulla morte, anche se provvisorio”, p. 84), frenesia, corsa in auto (è appassionato di fuoriserie). È Franco Scelsit, uno scrittore cinquantenne di Milano che per scelta vive con madre e fratello; grazie alla pubblicazione di thriller sotto pseudonimo non ha problemi economici e di tanto in tanto può concedersi, da grande autore quale si ritiene, un romanzo “serio” (in quanto tale, poco letto). Scelsit ama la vita in maniera sconsiderata e inappagante.
(altro…)

Mentre l’Italia brucia. Uduvicio Atanagi

“Più mi guardo intorno e più mi pare tutto confuso, non posso dire esattamente quando sia iniziato e non posso nemmeno affermare che qualcosa sia effettivamente successo o cambiato o che qualcosa ci sia, quello che posso dire è che forse tutto può essere ricondotto all’infamia di piazzale Loreto, se vogliamo cercare la prima piega, la crepa che ha dato vita al crepaccio sta lì, in quel momento abbiamo perso l’identità, il popolo si è travestito da qualcos’altro, prima con la reazione bestiale poi lavandosi le mani dei fatti, come Ponzii Pilati, facendo finta di aver vinto qualcosa.
[…]
la cosa che più mi spaventa è che è come se stessimo cercando di aggiustare le cose dopo che le cose sono andate completamente storte. Siamo apparecchi rotti che cercano di aggiustare macchinari rotti ma se tutto è rotto la nostra prospettiva è rotta e non so se la soluzione sia effettivamente una soluzione o solo un’aggravante.”
[pp. 85-6]

 

Mentre l’Italia brucia di Uduvicio Atanagi – autore misterioso, avanguardista e cultore della fantascienza, pare – ha un inizio che ricorda Ginger e Fred (1985) di Federico Fellini: (altro…)

Dalle rovine, dalla morte, dalla fine Noi sappiamo

Un romanzo italiano la cui trama non sia ombelicale, madre padre famiglia radici precariato ecc., è un romanzo che induce dapprima spaesamento, e poi sgomento. Ci stanno abituando male, con quelle storie di città e paesi e province nostre, con quel familismo amorale di cui si fa vanto e quei mutamenti epocali piccoli piccoli, al confronto dei quali le province americane sembrano scenari sublunari. E dunque già è tanto, forse troppo, che Dalle rovine racconti una storia non tipicamente italiana, che avrebbe potuto scrivere Chuck Palahniuk e invece l’ha scritta un giovane, Luciano Funetta, classe ’86, e sia lodata la casa editrice Tunué per il gran lavoro che sta facendo con gli esordienti.

(altro…)

Fame di realtà. Un Manifesto sulla fine della Letteratura?

Fame di realtà è un testo difficile da inquadrare, di certo non è un saggio di critica letteraria. David Shields ha “mixato” (mai termine fu più idoneo) un’opera che si propone esplicitamente come manifesto. Fame di realtà è un manifesto che non si esprime come un manifesto, che tende a confondere chiunque si aspetti una chiara direzione da seguire: c’è troppo materiale, troppo, e in questo eccesso di informazioni ci si sente come presi a pugni. Fame di realtà stordisce.
La domanda resta: che cos’è Fame di realtà?
La risposta, nonostante tutto, resta: Fame di realtà è un manifesto.
(altro…)

“Bagliori estremi. Microfinzioni argentine contemporanee” e altri discorsi sulla microletteratura ai tempi del web 2.0

La narrativa ai tempi dei social network si presterebbe alla brevità, alla miniatura. Giulio Ferroni, in Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero (Laterza, 2010), diceva “a me sembra che la forma «breve» del racconto, guardato spesso con sospetto dagli editori, sia oggi la più adatta a toccare la frammentarietà e la pluralità dell’esperienza, a scavarne il senso con tensione linguistica ed espressiva” (p. 67), e mentre lo diceva e dopo averlo detto l’editoria proseguiva la sua caccia al romanzo, e la critica dibatteva sulla fine del romanzo, e gli scrittori erano abbastanza confusi, oppure semplicemente se ne fregavano. Eppure Gabriele Frasca già da qualche anno ci aveva fatto un libro, sul rapporto tra media e letteratura, e basta leggerne un passo di questo libro, La lettera che muore. La “Letteratura nel reticolo mediale” (Meltemi, 2005), per capire che certe cose dovevamo capirle già prima, o almeno approfondirle già prima, e di sicuro aver trovato già prima la ‘forma narrativa giusta’ per l’iPod o per gli eReader e tutto il resto:
“[…] ogni mutamento dei supporti responsabili dello stoccaggio e della diffusione dell’informazione non genetica non solo riposiziona un insieme di media fra loro variamente interconnessi che modifica l’ambiente stesso vitale nel quale come specie siamo immersi, ma finisce a sua volta col determinare la variazione delle forme di ciò che viene supportato. Il ritmo formulaico, la performance vocale, la tavoletta di argilla, il volumen di papiro più o meno illustrato, il codex pergamenaceo, e poi quello cartaceo, o piuttosto il manoscritto miniato, la pagina a stampa, il mosaico del foglio di giornale, la voce elettrificata e proiettata a distanza e la schermata del computer, per limitarsi a taluni supporti (anche privi di ulteriori connessioni) del medium linguistico, consentono (anzi, pretendono) un uso estremamente diversificato del linguaggio, così come procedono a pratiche del tutto differenti di “messa in testo”, che chiedono, per “viaggiare”, l’ausilio di organi di senso diversi (o quanto meno una diversa gerarchizzazione di udito, vista e tatto)” (pp. 74-5).
(altro…)