critica

Perché è difficile parlare male di un libro

Secondo una scuola di pensiero che pare assai buona e giusta, di un libro non si dovrebbe parlare mai male. Ma questa non è la mia scuola. Secondo la mia scuola di pensiero che pare cattiva e invece è proprio il contrario, e di quella buona è anche più buona, si deve parlare male dei libri perché ci sono cose che ci piacciono e cose che no, ci sono cose ottime o semplicemente buone o, ahimè, mediocri, ed esercitare la propria libertà di opinione negativa sui libri – ma intendo opinione negativa in una modalità positiva, cioè sincera e non condizionata – alimenta il più importante circuito virtuoso in campo artistico: quello delle differenze, cioè quello che permette di distinguere il più bravo dal meno bravo, chi ha talento da chi non lo ha, il libro da lodare da quello che invece no, di lodi non ne merita. (altro…)

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Sainte-Beuve, Balzac e l’autopsia morale

“Chi volesse dedicare un vero studio al celebre romanziere venuto a mancare in questi giorni, e la cui perdita improvvisa ha suscitato l’interesse universale, dovrebbe scrivere un’opera intera, ma credo che non sia ancora venuto il momento. Dovrebbe trattarsi di una specie di autopsia morale, ma sono indagini che non è possibile fare su una tomba ancora fresca, soprattutto quando colui che vi è disceso era pieno di forza, di fecondità, di avvenire, e sembrava ancora così pieno di opere e di giorni. Tutto ciò che si può e si deve fare in questi giorni, cioè nel momento in cui un uomo al colmo della fama è sorpreso dalla morte, è indicare brevemente, con qualche tratto incisivo, i meriti e le diverse qualità di cui era dotato, e il fascino potente e sottile con cui ha sedotto la sua epoca profondamente influenzandola. Tenterò di far questo rispetto a Balzac, con un sentimento libero da ricordi personali, e in quei confini dove solo la critica può avanzare qualche diritto.
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Emilio Cecchi: la letteratura americana e le conseguenze di una cattiva ricezione in Italia

Un poderoso incentivo a quell’incantagione e a quel fanatismo che dicevo sopra, fu l’illusione d’essersi finalmente imbattuti in una letteratura che non avesse a che fare con la letteratura, che non fosse viziata e minata di letteratura: una letteratura «barbara», o in certo qual modo primitiva; giacché il desiderio di una prisca ingenuità o almeno d’una bella rudezza barbarica, non è mai così intenso come in epoche di profonda stanchezza morale ed artistica. […]
Ma si sa che cosa valgono, in genere, cotesti miraggi antiletterari. (altro…)

Il contesto culturale. La narcisata

“Oggi alcune di quelle precondizioni si sono dissolte, sono deperite: l’aspirazione all’egemonia delle élite intellettuali (l’intellettuale tradizionale non c’è più, sostituito dall’intellettualità di massa, informe e indistinta); l’opinione pubblica, interamente plasmata dai media; la società letteraria, schiacciata dall’industria culturale e dagli apparati editoriali; (altro…)