etica

Borges e la pagina perfetta

Lo stato indigente delle nostre lettere, la loro incapacità di attrarre, hanno dato luogo a una superstizione dello stile, a una distratta lettura di attenzioni parziali. Coloro che sono affetti da tale superstizione intendono per stile non l’efficacia o l’inefficacia di una pagina, bensì le abilità apparenti dello scrittore: i suoi paragoni, la sua acustica, gli episodi della sua punteggiatura e della sua sintassi. Sono indifferenti alla propria convinzione o alla propria emozione: cercano tecnicismi (la parola è di Miguel de Unamuno) che li informeranno se lo scritto ha il diritto o no di essere loro gradito. Hanno sentito dire che l’aggettivazione non deve essere banale e opineranno che è scritta male una pagina se non ci sono sorprese nella giuntura di aggettivi con sostantivi, anche se il suo scopo generale è raggiunto. Hanno sentito dire che la concisione è una virtù e considerano conciso chi si dilunga in dieci frasi brevi e non chi sa guidarne una lunga. […]
Cioè, costoro non badano all’efficacia del meccanismo, ma alla disposizione delle sue parti. (altro…)

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“Un altare per la madre” di Ferdinando Camon: a sublime work of art

Morta una madre, una famiglia si stringe intorno a un padre per costruire un altare in ricordo di lei.
Uno dei figli racconta in prima persona l’esperienza. Un altare per la madre (1978) è la testimonianza di una morte che accomuna – e ciò è inevitabile, tenuto conto del legame ancestrale sotteso – una donna e un mondo, quello contadino, che è il mondo della madre, del padre, di tutta la famiglia, lui incluso/escluso, oramai uomo di città: «Il loro mondo ha creato tutto, il mio non ha fantasia, non è fatto per superare la morte perché non è fatto per conservare la vita perché non è fatto per i bisogni dell’uomo. Che non hanno fine» (p. 38).
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