generi letterari

Sull’esistenza vera o presunta del “romanzo italiano standard”

C’è un capitolo di quel diario fantastico – nel senso di appartenente al macrogenere fantastico – che è Il libro nero (1951; Vallecchi, 1957) – sequel di GOG (1931) –, intitolato Opificio del romanzo, che per ragioni presto chiarite è giusto ricordare.
Mr. Gog, alter ego di Giovanni Papini, racconta la sua visita all’officina della Novel’s Company Ltd., società di cui è azionista. Al secondo capoverso ci viene descritta la società e leggendo il passo si sorride:

Fra tutti i prodotti di carta stampata, che vengono offerti al pubblico, il romanzo è quello più richiesto e quello più largamente vendibile, sì ch’è nata, nel cervello di un mio giovane amico, l’idea di farne una vera e propria industria per offrire ai consumatori, in grande quantità, un materiale standard. La fantasia al servizio del bisogno d’evasione: questa è la facile formula della Novel’s Company Ltd. Il romanzo – ch’è divenuto un oggetto di giornaliero consumo e, per molti, di prima necessità – non poteva esser lasciato alla vecchia produzione individuale e artigiana, all’iniziativa privata.
[p. 67.]

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Glossario imperfetto dei generi letterari

AUTOFICTION: il termine è stato coniato nel 1977 dallo scrittore francese Serge Doubrovsky in riferimento a un genere narrativo in cui l’autore stesso è protagonista, a prescindere dalla veridicità o finzione dei fatti narrati.

DISTOPIA: il termine nasce in contrapposizione a utopia (società o comunità politica o religiosa ideale; modello). La distopia è una società o comunità ipotetica e immaginaria (per lo più futura, da qui l’uso del termine per indicare una ramificazione della fantascienza oggi molto feconda) in cui emergono cortocircuiti, paradossi, problematiche sociali, politiche e tecnologiche fino a forzare una visione catastrofica o apocalittica della stessa. (altro…)

H.G. Wells e il coniglio di Henry James. Ovvero dei conflitti di genere

“Egli trascura tutto ciò che richiede una discussione a parte, o una digressione. Ad esempio, egli omette le opinioni: in tutti i suoi romanzi, cercherete invano persone con ben definite opinioni politiche, o persone con convinzioni religiose, o che dimostrino un chiaro partito preso, o una passione, o delle estrosità, e che siano intente a raggiungere qualcosa di specifico e impersonale. Non vi sono poveri dominati dall’imperativo del sabato sera o del lunedì mattina, non vi sono tipi di sognatori — e non viviamo, tutti noi, più o meno, di sogni? E nessuno che sia mai decentemente smemorato. Prima di cominciare la sua storia, egli cancella tutta questa parte dell’esperienza umana. È come pulire il coniglio prima di mandarlo in tavola per cena.

[H.G. Wells, Boon (1915), in Robert E. Scholes, Eric S. Rabkin, Fantascienza. Storia – Scienza – Visione (1977), trad. it. di Giovanna Orzalesi Liborio, Pratiche, 1979, pp. 30-1]

Tra H.G. Wells (1866-1946) — a tutti noto per classici della fantascienza come La macchina del tempo, L’isola del dottor Moreau e altri — ed Henry James (1843-1916) — a tutti noto per classici della letteratura come Ritratto di signora, Il giro di vite e altri — vi fu una disputa in cui venivano contrapposte quelle che oggi definiremmo narrativa “alta” e narrativa “bassa”. (altro…)