Giappone

L’uomo scatola. Kōbō Abe

“Il mio caso

Questo è il diario di un uomo-scatola.
Io, ora, questo diario lo sto cominciando a scrivere dentro la scatola. Dentro una scatola di cartone che, infilata sulla testa, mi arriva giusto alle reni.
Insomma, in questo momento, l’uomo-scatola sono proprio io, in persona, qui presente. Cioè, l’uomo-scatola, dentro la scatola, sta scrivendo il diario dell’uomo scatola.”

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L’autore è assolutamente superfluo. Shimada Masahiko

“Quello che amo dei romanzi è che giungono comunque a conclusione, a prescindere che li si scriva. Disseziono storie pensate da altri, poi conferisco loro un nesso logico, cambio i nomi e appongo la mia firma. L’autore è assolutamente superfluo. Il romanzo è nato come genere impuro, un cimitero in cui confluiscono le parole precipitate da vari telai: mitologia, dicerie, leggende, narrazioni. Il romanziere raccoglie quanto viene detto o scritto altrove e tumula il tutto in un’unica fossa. E già che c’è, ci si butta dentro pure lui lasciando fuori solo la testa come stele. Un autore è quindi tutt’al più una stele, meglio per lui che abbia un bel volto. (altro…)

Happy birthday, Jack

Jean-Louis Kerouac (Lowell, 12 marzo 1922 – St. Petersburg, 21 ottobre 1969)

“Non so quando durante i miei dieci giorni a Parigi (e in Bretagna) ho avuto qualcosa come una illuminazione, che a quanto pare mi ha cambiato e dato una nuova immagine per sette anni a venire e anche più: insomma un satori: in giapponese ‘illuminazione improvvisa’, ‘improvviso risveglio’, o semplicemente ‘pugno nell’occhio’.”

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Antonio Franchini. La letteratura e il combattimento

C’è un libro recente ma non troppo, pubblicato in pieni anni ’90 — che forse è passata un’eternità e manco me ne sono accorto, ma si sa che gli anni giovani la memoria non li abbandona e li mantiene giovani, fin quando può —, che è un’opera cult sulla scrittura. Autore è un noto editor, Antonio Antonio FranchiniFranchini, il quale è anche, colpevolmente, meno noto scrittore. Perché Franchini sa scrivere molto meglio di tanti più blasonati autori contemporanei, possiede una lingua sua, personale, al contempo elegante, chiara, precisa ma non minimalista, oserei dire empatica, ma ciò è forse dovuto in buona parte al fatto che lui, Franchini, scrive spesso in prima persona o addirittura, come in quest’opera cult non ancora famosa, si riferisce anche a se stesso in terza persona. Franchini è al centro della sua scrittura e ciò non è un limite, non lo rende, come tanta letteratura contemporanea, ombelicale, perché Franchini ha una qualità tutta sua pur non essendo solo sua e pur essendo goffamente sciorinata da tanti: sa ragionare intorno alle cose. Franchini in gran parte delle sue opere fa aneddotica, personale e non, e ci ragiona per trarne delle conclusioni o per approssimarsi quanto più possibile a una verità che lui stesso sa irraggiungibile, e tutto ciò lo rende molto simile a un pugile agile, in forma smagliante, che danza intorno all’avversario, alla ricerca del colpo decisivo.

“Per tutti i suoi significati simbolici la boxe è stata fin troppo amata dagli scrittori.
Il pugilato è letterario perché è estremo, perché è sempre contiguo alla disfatta ma non esclude il miraggio della gloria, e perché, come la scrittura, è un’apoteosi della solitudine. Poi possiede alcuni evidenti caratteri per cui si presenta come una delle manifestazioni più «artistiche» del corpo, alla stregua della danza, ma, a differenza di quest’ultima, come una delle espressioni umane che meno hanno a che fare con la finzione, la gratuità, l’infingimento — anzi, è una specie di emblema di sincerità —, giacché il suo fine è produrre naturalmente azioni credibili.”
(Antonio Franchini, Quando vi ucciderete, maestro?, p. 125) (altro…)

Inoue e Tanizaki. Un diverso modo di intendere la scrittura ovvero l’arte giapponese della calligrafia

“Ricordo di aver letto una volta che uno storico del passato aveva paragonato i caratteri incisi sul monumento del Taishan al candido scintillio dei raggi del sole dopo gli acquazzoni d’autunno. Suonerà esagerato, ma la calligrafia di Misugi Jōsuke sulla grande busta di carta che tenevo tra le mani mi fece proprio un effetto del genere. Oggi che dei caratteri del Taishan, dopo la distruzione del monumento, non rimane nemmeno una copia, è impossibile immaginare la bellezza e lo stile. I caratteri della scrittura di Misugi, così grandi che sembravano straripare dalla busta, con i loro tratti fluidi, vigorosi, a prima vista davano una sensazione di forza e abbondanza, ma a osservarli più attentamente notai che da ognuno di essi sembrava emanare un senso di vuoto: e così tutt’a un tratto mi venne in mente il commento di quello storico a proposito dell’iscrizione sul monumento. (altro…)

La via della maestria

Tanizaki Jun’ichirō, scrittore giapponese di notevole e meritata fortuna, scrisse anche della via della maestria (geidō), la cura della tecnica come ferrea disciplina cui viene sottoposto sin da bambino chi desidera divenire attore, o pittore, o altro. C’è del crudele in tutto questo, (altro…)