Gustave Flaubert

Amore e metafore. Gustave Flaubert

“Lui se l’era sentite dire tante volte, queste cose, che non poteva trovarvi più nulla di originale. Emma era tale e quale a tutte le altre sue amanti; e l’incanto della novità, cadendo a poco a poco come una veste, metteva a nudo l’eterna monotonia della passione che non cambia mai forma, non cambia mai linguaggio. Non sapeva distinguere, lui uomo essenzialmente pratico, la diversità dei sentimenti sotto l’identità delle espressioni. (altro…)

Michel Foucault: che cos’è un autore

“Del tema che sceglierei come punto di partenza trovo la formulazione in Beckett: ‘Che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla.’ È in questa indifferenza, penso, che bisogna riconoscere uno dei principi etici fondamentali della scrittura contemporanea. Dico ‘etico’ perché questa indifferenza non è tanto un tratto che caratterizza la maniera di parlare o di scrivere, quanto piuttosto una sorta di regola immanente, sempre ripresa e mai applicata del tutto, un principio che non segna la scrittura come risultato, ma che la domina come prassi. […]
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Edmond e Jules de Goncourt: memorie di vita letteraria

“La letteratura si è innalzata dal fatto alla causa, dalla cosa all’anima, dall’azione all’uomo, da Omero a Balzac.”
(p. 28)

“Il realismo nasce ed esplode nel momento in cui il dagherrotipo e la fotografia mostrano quanto l’arte differisca dal vero.”
(ibid.)

“In un libro gli autori devono comportarsi come la polizia: essere dappertutto e non mostrarsi mai.”
(p. 46)

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Emilio Cecchi: la letteratura americana e le conseguenze di una cattiva ricezione in Italia

Un poderoso incentivo a quell’incantagione e a quel fanatismo che dicevo sopra, fu l’illusione d’essersi finalmente imbattuti in una letteratura che non avesse a che fare con la letteratura, che non fosse viziata e minata di letteratura: una letteratura «barbara», o in certo qual modo primitiva; giacché il desiderio di una prisca ingenuità o almeno d’una bella rudezza barbarica, non è mai così intenso come in epoche di profonda stanchezza morale ed artistica. […]
Ma si sa che cosa valgono, in genere, cotesti miraggi antiletterari. (altro…)

Borges e la pagina perfetta

Lo stato indigente delle nostre lettere, la loro incapacità di attrarre, hanno dato luogo a una superstizione dello stile, a una distratta lettura di attenzioni parziali. Coloro che sono affetti da tale superstizione intendono per stile non l’efficacia o l’inefficacia di una pagina, bensì le abilità apparenti dello scrittore: i suoi paragoni, la sua acustica, gli episodi della sua punteggiatura e della sua sintassi. Sono indifferenti alla propria convinzione o alla propria emozione: cercano tecnicismi (la parola è di Miguel de Unamuno) che li informeranno se lo scritto ha il diritto o no di essere loro gradito. Hanno sentito dire che l’aggettivazione non deve essere banale e opineranno che è scritta male una pagina se non ci sono sorprese nella giuntura di aggettivi con sostantivi, anche se il suo scopo generale è raggiunto. Hanno sentito dire che la concisione è una virtù e considerano conciso chi si dilunga in dieci frasi brevi e non chi sa guidarne una lunga. […]
Cioè, costoro non badano all’efficacia del meccanismo, ma alla disposizione delle sue parti. (altro…)

COME SCRIVERE FELICI /04: “PIANIFICARE”

Gustave Flaubert, come sappiamo, fu maestro di Guy de Maupassant. Io tra i due preferisco il secondo, ma questo è un altro discorso. Ad interessarci sono i suggerimenti dell’affermato e maturo scrittore all’apprendista tale; dalla strana e affascinante biografia scritta da Alberto Savinio come introduzione ad una raccolta di novelle, Maupassant e “l’Altro” (1944), leggiamo: (altro…)

Troppe puttane! Troppo canottaggio! La scrittura è pazienza

C’erano una volta un maestro e un allievo. Il maestro era uno scrittore affermato, già autore di quelli che sarebbero stati canonizzati come classici dell’Ottocento; l’allievo era un aspirante scrittore, assai dedito allo sport e alle donne. Un giorno il maestro, in una lettera datata 15 agosto 1878, dilungandosi sull’etica del sacrificio cui deve sottoporsi chi decide di dedicarsi alla scrittura come mestiere, così si espresse:

Dovete, capite giovanotto, dovete lavorare di più. Comincio a sospettarvi di essere un po’ fannullone. Troppe puttane! Troppo canottaggio!
(pp. 73-4)
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