Il Pickwick

Sangue di cane. Veronica Tomassini

“Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. ‘C’hai la rogna’, mi diceva Tano, il pescatore, l’amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue.”

Dal principio di Sangue di cane, Veronica Tomassini sbatte in faccia al lettore alcune parole chiave che ritorneranno spesso: morte, merda, sangue. Si capisce subito che questo libro mal si adatta a chi è in cerca di qualcosa di rassicurante, positivo, imbellettato di quieto vivere e di perle di saggezza. Sangue di cane è umorale, putrido, purulento, popolato di emarginati.
Una donna qualunque racconta la sua storia d’amore con un polacco randagio. La storia si erge a saga polacca, e i polacchi bevono, si prostituiscono, muoiono; si muore tanto, tra queste pagine.
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“Undici sogni neri” di Manuela Draeger (Antoine Volodine)

Manuela Draeger non è una scrittrice. Manuela Draeger è Antoine Volodine.
Volodine è uno pseudonimo di un uomo che non conosciamo, e che firma i suoi libri usando anche tre eteronimi — Elli Kronauer, Manuela Draeger e Lutz Bassmann — che potrebbero essere di più ma non tutto può esserci chiaro.
La centralità di Volodine è confermata dalla pubblicazione di Le post-exotisme en dix leçons, leçon onze (1998), una sorta di manifesto letterario di un collettivo di scrittori di cui fanno parte Elli Kronauer, Manuela Draeger e Lutz Bassmann. Il post-esotismo è “una letteratura partita dall’altrove e diretta verso l’altrove, una letteratura straniera che accoglie molteplici tendenze e correnti, di cui la maggior parte rifiuta l’avanguardismo sterile” (Le post-exotisme en dix leçons, leçon onze, citato da Andrea Inglese su «Nazione Indiana», 6 aprile 2009).
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Luigi Incoronato: la ragione, il silenzio, il suicidio

“Come tutte le mostruosità, Napoli non aveva alcun effetto su persone scarsamente umane, e i suoi smisurati incanti non potevano lasciare traccia su un cuore freddo” (p. 170).
Così dice Anna Maria Ortese ne Il silenzio della ragione, uno dei racconti de Il mare non bagna Napoli (1953). Si parla degli intellettuali napoletani in questo racconto, della generazione di Compagnone, Domenico Rea, La Capria, Prunas, Prisco. Non si parla di Luigi Incoronato, lo si nomina solo. Era ancora vivo allora. Poi nel 1998 è stato pubblicato Napolitan graffiti di La Capria, altro libro su quella generazione, e ancora non si parla di Incoronato, che intanto è morto, da anni.
Il cuore di Incoronato doveva essere troppo caldo.

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“Bagliori estremi. Microfinzioni argentine contemporanee” e altri discorsi sulla microletteratura ai tempi del web 2.0

La narrativa ai tempi dei social network si presterebbe alla brevità, alla miniatura. Giulio Ferroni, in Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero (Laterza, 2010), diceva “a me sembra che la forma «breve» del racconto, guardato spesso con sospetto dagli editori, sia oggi la più adatta a toccare la frammentarietà e la pluralità dell’esperienza, a scavarne il senso con tensione linguistica ed espressiva” (p. 67), e mentre lo diceva e dopo averlo detto l’editoria proseguiva la sua caccia al romanzo, e la critica dibatteva sulla fine del romanzo, e gli scrittori erano abbastanza confusi, oppure semplicemente se ne fregavano. Eppure Gabriele Frasca già da qualche anno ci aveva fatto un libro, sul rapporto tra media e letteratura, e basta leggerne un passo di questo libro, La lettera che muore. La “Letteratura nel reticolo mediale” (Meltemi, 2005), per capire che certe cose dovevamo capirle già prima, o almeno approfondirle già prima, e di sicuro aver trovato già prima la ‘forma narrativa giusta’ per l’iPod o per gli eReader e tutto il resto:
“[…] ogni mutamento dei supporti responsabili dello stoccaggio e della diffusione dell’informazione non genetica non solo riposiziona un insieme di media fra loro variamente interconnessi che modifica l’ambiente stesso vitale nel quale come specie siamo immersi, ma finisce a sua volta col determinare la variazione delle forme di ciò che viene supportato. Il ritmo formulaico, la performance vocale, la tavoletta di argilla, il volumen di papiro più o meno illustrato, il codex pergamenaceo, e poi quello cartaceo, o piuttosto il manoscritto miniato, la pagina a stampa, il mosaico del foglio di giornale, la voce elettrificata e proiettata a distanza e la schermata del computer, per limitarsi a taluni supporti (anche privi di ulteriori connessioni) del medium linguistico, consentono (anzi, pretendono) un uso estremamente diversificato del linguaggio, così come procedono a pratiche del tutto differenti di “messa in testo”, che chiedono, per “viaggiare”, l’ausilio di organi di senso diversi (o quanto meno una diversa gerarchizzazione di udito, vista e tatto)” (pp. 74-5).
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Antoine Volodine: “Scrittori” e Potere

Antoine Volodine è uno scrittore francese di famiglia di origini russe nato il 1949 o il 1950. Solo che Volodine è lo pseudonimo di un uomo che non conosciamo, e che firma i suoi libri usando anche tre eteronimi: Elli Kronauer, Manuela Draeger e Lutz Bassmann. Totale quattro, come fu per Pessoa. Ma magari ne sono di più e non lo sappiamo. E per fortuna che c’è Beckett a toglierci di imbarazzo: “che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla”. Lo cita Michel Foucault in una conferenza (Collège de France, 22 febbraio 1969), Che cos’è un autore? (Scritti letterari, p. 3), in cui discute l’eclissi dell’autore e a tal proposito, riferendosi proprio alle parole del drammaturgo irlandese, dice che “è in questa indifferenza, penso, che bisogna riconoscere uno dei principi etici fondamentali della scrittura contemporanea”, intendendo il principio etico come prassi. A Volodine o chi per lui è stato chiesto, ovviamente, il perché di tanti nomi, e lui o uno di lui, Volodine, che non è solo lui, ha risposto che gli interessa demolire l’idea romantica dell’autore padrone del mondo; ma questa è una risposta data da uno degli eteronimi, non è “la” risposta. Uno di questi eteronomi ha scritto molta fantascienza, e allora mi sovviene l’“interpretazione a molti mondi” della meccanica quantistica e in particolare la tesi di Hugh Everett III secondo la quale esisterebbero universi molteplici poiché l’universo/mondo tenderebbe a suddividersi con tutti i suoi componenti, osservatore incluso, aumentando le proprie copie. E così Volodine, Kronauer, Draeger, Bassmann e altri non sarebbero che copie di uno. Questa non è la verità, ma mi piacerebbe lo fosse, e poi che importa la verità?

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Amianto. Una storia operaia e una storia mostruosa

Amianto (Agenzia X, 2012) di Alberto Prunetti non è solo una storia operaia come reca il sottotitolo, ma è anche e soprattutto la storia di una mostruosità. È la ‘storia di un’ingiustizia’, reale, raccontata da un figlio, il Prunetti medesimo, per ricordare/digerire la parabola discendente del padre operaio, Renato, lentamente ammazzato dall’amianto al quale è stato «esposto» per anni (brutta parola, «esposto», usata dai padroni per deresponsabilizzarsi, dice Prunetti nell’eloquente conversazione con Wu Ming 1 e Girolamo De Michele: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=11255, e ricordiamo, en passant, che nell’antichità ad essere esposti erano i mostri). La mostruosità va sviscerata. Qui si parla di industria, di capitale, di vittime del lavoro. Toni Negri è chiaro:
“Marx dipinge infatti l’intero sviluppo capitalistico nei colori della mostruosità. […] Quanto più l’economia politica e la legislazione si avvicinano al lavoro, al lavoro vivo dell’uomo che opera nella storia, tanto più «razionali» (ma ormai possiamo cominciare a rompere il gioco dell’ironia e a chiamarle col loro vero nome, «mostruose»), dunque, mostruose diventano le tecniche di astrazione logica e di estrazione ontologica del valore; tanto più quindi si affermano leggi dello sfruttamento che ormai propriamente si qualificano come mostruose.” (Toni Negri, Il mostro politico. Nuda vita e potenza, in Desiderio del mostro. Dal circo al laboratorio alla politica, a cura di U. Fadini, A. Negri, C. T. Wolfe, Manifestolibri, 2001, pp. 182-3).
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Delle Sinapsi di Matteo Galiazzo e dei calamari di Huxley

Volevo iniziare così.
I cefalopodi sono molluschi marini di dimensione assai variabile e di cervello piuttosto grosso. Tra questi il calamaro Loligo pealei si distinse, negli anni quaranta, per essersi immolato agli studi di Alan Hodgkin e Andrew Huxley. Senza il calamaro Loligo pealei, dal sistema nervoso semplice e dai grandi assoni, non si sarebbe ben compresa la struttura delle sinapsi, ossia dei punti di contatto tra due cellule nervose necessarie a propagare gli impulsi come scariche elettriche. Andrew Huxley era il fratellastro di Aldous, quello de Le porte della percezione, per dire.
Poi mi è venuta in mente la storia di quella donna che avrebbe partorito dei calamari dalla bocca (http://www.giornalettismo.com/archives/384233/la-donna-che-partorisce-calamari/). Una storia curiosa, di quelle che girano sul web ad impatto virale, non si sa quanto vere, piuttosto inutili, ma di ottimo intrattenimento.
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