lettori

Perché è difficile parlare male di un libro

Secondo una scuola di pensiero che pare assai buona e giusta, di un libro non si dovrebbe parlare mai male. Ma questa non è la mia scuola. Secondo la mia scuola di pensiero che pare cattiva e invece è proprio il contrario, e di quella buona è anche più buona, si deve parlare male dei libri perché ci sono cose che ci piacciono e cose che no, ci sono cose ottime o semplicemente buone o, ahimè, mediocri, ed esercitare la propria libertà di opinione negativa sui libri – ma intendo opinione negativa in una modalità positiva, cioè sincera e non condizionata – alimenta il più importante circuito virtuoso in campo artistico: quello delle differenze, cioè quello che permette di distinguere il più bravo dal meno bravo, chi ha talento da chi non lo ha, il libro da lodare da quello che invece no, di lodi non ne merita. (altro…)

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L’autore è assolutamente superfluo. Shimada Masahiko

“Quello che amo dei romanzi è che giungono comunque a conclusione, a prescindere che li si scriva. Disseziono storie pensate da altri, poi conferisco loro un nesso logico, cambio i nomi e appongo la mia firma. L’autore è assolutamente superfluo. Il romanzo è nato come genere impuro, un cimitero in cui confluiscono le parole precipitate da vari telai: mitologia, dicerie, leggende, narrazioni. Il romanziere raccoglie quanto viene detto o scritto altrove e tumula il tutto in un’unica fossa. E già che c’è, ci si butta dentro pure lui lasciando fuori solo la testa come stele. Un autore è quindi tutt’al più una stele, meglio per lui che abbia un bel volto. (altro…)

Borges e la pagina perfetta

Lo stato indigente delle nostre lettere, la loro incapacità di attrarre, hanno dato luogo a una superstizione dello stile, a una distratta lettura di attenzioni parziali. Coloro che sono affetti da tale superstizione intendono per stile non l’efficacia o l’inefficacia di una pagina, bensì le abilità apparenti dello scrittore: i suoi paragoni, la sua acustica, gli episodi della sua punteggiatura e della sua sintassi. Sono indifferenti alla propria convinzione o alla propria emozione: cercano tecnicismi (la parola è di Miguel de Unamuno) che li informeranno se lo scritto ha il diritto o no di essere loro gradito. Hanno sentito dire che l’aggettivazione non deve essere banale e opineranno che è scritta male una pagina se non ci sono sorprese nella giuntura di aggettivi con sostantivi, anche se il suo scopo generale è raggiunto. Hanno sentito dire che la concisione è una virtù e considerano conciso chi si dilunga in dieci frasi brevi e non chi sa guidarne una lunga. […]
Cioè, costoro non badano all’efficacia del meccanismo, ma alla disposizione delle sue parti. (altro…)

Assaggi da Cioran. Five easy pieces + 1 su lettori, scrittori e libri

È un errore voler facilitare il compito del lettore. Non te ne sarà grato. Non gli piace comprendere, gli piace segnare il passo, sprofondare, gli piace essere punito. Donde il fascino degli autori confusi, donde la perennità della farragine.”
(p. 85)

“Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo.
(p. 87)

“Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa.”
(p. 92)

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Boris Vian. Lo scrittore deve produrre un’impressione fisica

“Diciamolo con franchezza. Si scrive per sé stessi, naturalmente, ma si scrive soprattutto per mettere in atto un temporaneo asservimento del lettore, al quale questi si presta sempre dal momento in cui apre il libro, e che è compito dell’autore portare a termine per mezzo della sua arte.
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