scrittori italiani contemporanei

Saviano e il divenire-Savastano

Seconda puntata della seconda serie di Gomorra. Il boss Pietro Savastano, latitante, personaggio ispirato a Paolo Di Lauro, è nascosto in Germania. Lo raggiunge il figlio Genny, dall’Honduras a Colonia passando per Roma. I due devono comprare armi. Un mattino vediamo don Pietro in bagno che prepara un cocktail di psicofarmaci. Don Pietro per riuscire a evadere dal carcere si è finto pazzo. Per sopravvivere alla latitanza, alla fuga continua da Stato e nemici, i farmaci sono necessari.

Ne Il pericolo di leggere, testo che introduce La bellezza e l’inferno. Scritti 2004-2009 (Mondadori, 2009), Roberto Saviano racconta la sua particolare latitanza – il latitante scappa dallo Stato, lui da quell’anti-stato che è la camorra – con parole che non si lasciano dimenticare facilmente.

«Ho scritto in una decina di case diverse, nessuna abitata per più di qualche mese. Tutte piccole o piccolissime, tutte, ma proprio tutte, dannatamente buie.» (p. 7)

«Gli alberghi tutti uguali da dove sono passato in questi anni e che ho sempre continuato a odiare. Anche le camere di quegli alberghi sono buie e non ci sono finestre da poter aprire. Non ci sono finestre, non c’è aria. Di notte sudi.» (p. 8)

«Più spesso ancora ho vissuto nelle stanze di una caserma dei carabinieri. Dentro le narici l’odore del grasso degli anfibi dei miei vicini appuntati, nelle orecchie il sottofondo della televisione che trasmetteva partite di calcio e le loro bestemmie […]. Sabato, domenica, giorni mortali. Nel ventre quasi vuoto e immobile di una grande, vecchia balena fatta per operare. Mentre fuori intuisci movimento, senti grida, c’è il sole, è già estate.» (p. 9)

Nel 2014, Saviano in un’intervista a «El Pais» (riportata in parte su «Il Fatto Quotidiano») si abbandona alla confessione:

“Bisogna considerare che non posso disporre della mia vita senza chiedere autorizzazione. Né uscire o entrare quando voglio, né frequentare le persone che voglio senza doverle nascondere nel timore di rappresaglie. A volte mi domando se finirò in un ospedale psichiatrico. Sul serio – dice lo scrittore – già adesso ho bisogno di psicofarmaci per tirare avanti e non era mai accaduto prima. Non ne faccio abuso, ma a volte ne ho necessità. E questa cosa non mi piace per nulla.”

Pare che una oscura nemesi – il male che vince – abbia fatto cadere Saviano, l’eroe che con il libro Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra (Mondadori, 2006) fece accendere i riflettori sulla camorra pagando con la scorta e la vita in fuga un successo mai immaginato. Eroe a ventisette anni. In fuga da dieci.

Assistiamo con un certo stupore, attraverso la visione della serie Gomorra da lui stesso ideata e co-sceneggiata, al divenire-Savastano di Saviano. (altro…)

Estate crudele. Alessandro Bertante

“Che ne sarà del nostro mondo alla fine di questi anni di bassezza, quando anche gli ultimi cavalieri argentati abbandoneranno le terre piane? Dall’alto della mia finestra al terzo piano vedo casse di cibo sparse sull’asfalto, pezzi di vetro esploso e pozze di birra irrancidite al sole, scatoloni di cartone e vestiti accatastati nell’angolo del marciapiede a guastarsi nell’antico odore di piscio di questa strada. Il caldo istigatore rende pazzi e farà giustizia della nostra miseria. (altro…)

Franz Krauspenhaar ovvero della nostalgia

Un uomo sente puzza di morte – causa infarto – e la sua percezione del tempo muta (“ma tutto scorre attorno a me. Tutto fluisce e rientra, continuamente, e io ho cinquanta anni ma anche trentasei e anche cinque, e questo pensiero mi fa venire i brividi”, pp. 78-9), si fa velocità (“la velocità è una delle cose migliori della vita, è un trionfo sulla morte, anche se provvisorio”, p. 84), frenesia, corsa in auto (è appassionato di fuoriserie). È Franco Scelsit, uno scrittore cinquantenne di Milano che per scelta vive con madre e fratello; grazie alla pubblicazione di thriller sotto pseudonimo non ha problemi economici e di tanto in tanto può concedersi, da grande autore quale si ritiene, un romanzo “serio” (in quanto tale, poco letto). Scelsit ama la vita in maniera sconsiderata e inappagante.
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Sangue di cane. Veronica Tomassini

“Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. ‘C’hai la rogna’, mi diceva Tano, il pescatore, l’amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue.”

Dal principio di Sangue di cane, Veronica Tomassini sbatte in faccia al lettore alcune parole chiave che ritorneranno spesso: morte, merda, sangue. Si capisce subito che questo libro mal si adatta a chi è in cerca di qualcosa di rassicurante, positivo, imbellettato di quieto vivere e di perle di saggezza. Sangue di cane è umorale, putrido, purulento, popolato di emarginati.
Una donna qualunque racconta la sua storia d’amore con un polacco randagio. La storia si erge a saga polacca, e i polacchi bevono, si prostituiscono, muoiono; si muore tanto, tra queste pagine.
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