Una fenomenologia dell’assenza

“Bagliori estremi. Microfinzioni argentine contemporanee” e altri discorsi sulla microletteratura ai tempi del web 2.0

La narrativa ai tempi dei social network si presterebbe alla brevità, alla miniatura. Giulio Ferroni, in Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero (Laterza, 2010), diceva “a me sembra che la forma «breve» del racconto, guardato spesso con sospetto dagli editori, sia oggi la più adatta a toccare la frammentarietà e la pluralità dell’esperienza, a scavarne il senso con tensione linguistica ed espressiva” (p. 67), e mentre lo diceva e dopo averlo detto l’editoria proseguiva la sua caccia al romanzo, e la critica dibatteva sulla fine del romanzo, e gli scrittori erano abbastanza confusi, oppure semplicemente se ne fregavano. Eppure Gabriele Frasca già da qualche anno ci aveva fatto un libro, sul rapporto tra media e letteratura, e basta leggerne un passo di questo libro, La lettera che muore. La “Letteratura nel reticolo mediale” (Meltemi, 2005), per capire che certe cose dovevamo capirle già prima, o almeno approfondirle già prima, e di sicuro aver trovato già prima la ‘forma narrativa giusta’ per l’iPod o per gli eReader e tutto il resto:
“[…] ogni mutamento dei supporti responsabili dello stoccaggio e della diffusione dell’informazione non genetica non solo riposiziona un insieme di media fra loro variamente interconnessi che modifica l’ambiente stesso vitale nel quale come specie siamo immersi, ma finisce a sua volta col determinare la variazione delle forme di ciò che viene supportato. Il ritmo formulaico, la performance vocale, la tavoletta di argilla, il volumen di papiro più o meno illustrato, il codex pergamenaceo, e poi quello cartaceo, o piuttosto il manoscritto miniato, la pagina a stampa, il mosaico del foglio di giornale, la voce elettrificata e proiettata a distanza e la schermata del computer, per limitarsi a taluni supporti (anche privi di ulteriori connessioni) del medium linguistico, consentono (anzi, pretendono) un uso estremamente diversificato del linguaggio, così come procedono a pratiche del tutto differenti di “messa in testo”, che chiedono, per “viaggiare”, l’ausilio di organi di senso diversi (o quanto meno una diversa gerarchizzazione di udito, vista e tatto)” (pp. 74-5).
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